MARTA DEL GRANDI - Selva

2023 (Fire)
art-pop

La propria destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose

(Henry Miller)

L’anima errante di Marta Del Grandi ha già intercettato una molteplicità di luoghi e suoni – jazz, raga, pop, blues, post-rock, elettronica e musica etnica – e ha altresì radicato la propria visione delle cose confrontandosi con culture lontane quali quelle di Cina, India, Belgio e Nepal. Ha inoltre collaborato con artisti che ne hanno stimolato la curiosità per la ricerca timbrica e l’arte dell’arrangiamento.

Progetti sotto il nome di Martarosa, altri condivisi con Fossick Project e Mos Ensemble sono alcuni elementi del passato non a tutti noti del percorso creativo della Del Grandi, giunta a un primo progetto per Fire Records nel 2021, “Until We Fossilize”, un concentrato di talento e ambizione che in “Selva” offre tutte le risposte alle attese e alle poche perplessità che avevano accompagnato l’ascolto di quelle otto canzoni. Otto brani che, seppur non concepiti in un unico lasso di tempo, beneficiavano di un filo comune: elettronica, folk, film music e romantiche dissonanze.

Con la foto e i dischi di Norma Winston sul comodino, Marta Del Grandi non lesina né grazia né ispirazione, alternando robuste contaminazioni con ritmiche ed esplosioni elettroniche (“Mata Hari”), modellando synth e voce con lo struggente suono di un violoncello per un viaggio ai confini del dream-pop e del post-rock (“Marble Season”). C’è molta carne al fuoco in “Selva”, materie difformi che l’artista domina con geniali intuizioni. L’attitudine jazzy primeggia nella splendida ballata dalla natura cangiante tra antico e moderno incorniciata da contrappunti di sax, contrabbasso e chitarra acustica di “Eye Of The Day”, ma anche nella commistione tra sacro e profano di “Snapdragon”, autentica festa di suoni tribali, cori e vocii, avvolti da una danza rituale affine a un rito propiziatorio.

Non c’è spazio per la banalità, nel nuovo album di Marta Del Grandi: anche la ballata acustica più tipicamente folk, “Two Halves”, ha una propria personalità e non manca di improvvisi guizzi armonici e vocali di rara bellezza.

L’aspra dolcezza dell’ambizioso post-rock-jazz-noir di “End Of The World Pt 1” e il singolare minimalismo alla Steve Reich/Philip Glass in chiave barocca di “Polar Bear Village” danno forma a canzoni quasi aliene, con melodie che sembrano uscire da una dimensione parallela, inesplorata, la stessa dalla quale sbuca la title track, unico brano con testo in italiano e ulteriore dimostrazione di audacia e talento: un onirico folk-noise in cui il ronzio di un insetto diviene suono, mentre la voce ipnotizza l’ascoltatore con pochi, intensi versi.

A fare da sintesi alla sfaccettata e originale personalità dell’autrice ci pensa la splendida “Good Story”, un brano che si evolve su una serie di accordi elettronici sospesi, che prendono forma e corpo grazie a raffinati tempi trip-hop e a una progressione armonica che lascia il segno, confermando Marta Del Grandi come una delle voci più autorevoli del moderno art-pop.

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13/11/2023

This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. MataHari
  2. 2. Eye Of The Day
  3. 3. ChameleonEyes
  4. 4. Snapdragon
  5. 5. Marble Season
  6. 6. End Of The World Pt. 1
  7. 7. TwoHalves
  8. 8. Polar Bear Village
  9. 9. Good Story
  10. 10. Selva
  11. 11. Stay
  12. 12. End Of The World Pt. 2

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