ST. VINCENT - St. Vincent

2014 (Loma vista/universal)
art-pop, funk-pop, songwriter

Sembrava davvero fuori portata, un imprendibile miraggio nel deserto pronto a dissolversi con il minimo movimento: quella prima (parziale, intendiamoci) battuta d’arresto, a frenare una salita in apparenza inarrestabile, that love for the giant a essersi tramutato più in un fascinoso timore reverenziale che in reale sinergia creativa. E dopo le fugaci ombre seguite alla scoppiettante danza funk in compagnia di cotanta testa parlante, via a parlare di Russian drugs e assorted junk sopra aggressive sfuriate di chitarra, come se tutta l’urgenza faticosamente repressa nelle più sofisticate atmosfere di “Strange Mercy” volesse uscire fuori tutta insieme, senza dare il tempo di pensare ai perché e ai come del caso. Ma con Annie Clark, è davvero il caso di dirlo, niente può essere davvero dato per scontato, lo scatto felino arriva quando meno te lo aspetti.

Perché, signore e signori, è con grande piacere che finalmente accogliamo tra di noi il tanto sospirato capolavoro di St. Vincent, quel disco della consacrazione che verosimilmente molti scorsero già due anni e mezzo addietro (le reviews a dir poco entusiastiche che spuntarono da ogni dove stanno lì a testimoniarlo) e che invece ancora era là da venire. Ed è quasi profetico, che al varco del capitolo più determinante della propria carriera (coinciso con il passaggio d’etichetta alla Loma Vista), oltre all’impressionante cambio di look, perfetta strega post-moderna con i capelli di zucchero filato, la scelta del titolo ricada sul proprio nom-de-plume, senza ulteriori aggiunte. Quasi a voler dire che sì, finora aveva un po’ giocato, si era divertita a calarsi anche in altri ruoli, ma che la vera anima di Annie Clark è qui, spalmata su tutta la lunghezza di undici canzoni pronte a essere suonate ancora e ancora: vai a darle torto.

Equilibrio: ruota tutto attorno a questo termine, nell’ultima fatica dell’ex-membro del Polyphonic Spree. Un equilibrio raggiunto soltanto in parte, nel corso dei precedenti lavori, dove spesso la tendenza a strafare, a riversare tutto il suo straordinario talento senza grossi bilanciamenti, finiva con il pregiudicare scalette di notevole valore. Qui invece ogni cosa partecipa alla realizzazione di un progetto pienamente unitario, l’abbondanza di voci in capitolo non compromette minimamente la densità, ma soprattutto l’intensità dell’insieme. Ed è quasi sorprendente, che l’elemento collante, al netto delle peculiarità di ogni singolo brano, sia proprio la sezione ritmica, quell’apparato percussivo che due anni fa finì un po’ per compromettere il carisma interpretativo della Clark.

Con il rientro in pista di quelle chitarre taglienti, profonde come bassi, che avevano fatto la vera fortuna di “Actor”, l’aver appreso la lezione funk di “Love This Giant” e averla adattata alle proprie esigenze si rivela un’autentica conquista per le canzoni, il rischio da correre per consentire loro un ulteriore balzo di qualità. Ma di rischi, la Nostra, ne ha sempre corsi, consapevolmente: epperò vederla così a suo agio, tra drum-machine ed effettistica varia, tra le cadenze soft-r&b dell’incantevole “Prince Johnny” (brano di grande delicatezza, sorretto da un etereo tappeto di tastiera dal trasporto quasi corale), e il tripudio per ottoni di “Digital Witness”, arguta critica ai social network e quanto vi gravita attorno (“Digital witnesses, what’s the point of even sleeping, if I can’t show it you can’t see me, what’s the point of doing anything?”) fa comunque la sua notevole impressione, tanto più che il loro uso non è mirato per una volta a intrepidi giochi di contrasto (ce li ricordiamo tutti, gli scatti bipolari di una “Marrow”), ma a sottolineare il potente afflato pop delle canzoni.

Oh sì, da sempre il mondo di Annie ha orbitato attorno ai costrutti del linguaggio popular, in misura minore o maggiore a seconda dell’ispirazione e del momento. A questo ennesimo giro di rivoluzione, qualcosa però non ha ben funzionato, e la rotta del satellite ha preso la via di una collisione irreversibile, dritta verso il centro di gravità di questa coloratissima galassia. Meglio così, vien da dire: con la brillante e fresca produzione di John Congleton (già al lavoro con lei su “Strange Mercy”), e col supporto di due batteristi d’eccezione quali Homer Steinweiss (alla corte di Sua Maestà Sharon Jones) e McKenzie Smith dei Midlake, la scrittura della cantautrice individua un’immediatezza e una verve esemplari, gestite senza cali con una fantasia degna dei suoi miti disneyani.

The standout moments, the key passages, the killer hooks are everywhere: from the skipping synths of "Rattlesnake" (the chasing refrain is excellent, perfectly matched to the adrenaline-charged mood of the lyrics, with Annie fleeing a venomous snake), to the refined soul-woman aplomb of the closing "Severed Crossed Fingers" (almost a way of urging herself onward despite the hardships of a musician's life), there isn't a track here that doesn't offer something memorable, not a single compositional aspect that feels uninteresting. Here she is yielding to the seduction of a string pad worthy of Sinéad O'Connor to build the heartfelt ballad "I Prefer Your Love", an intimate melody dedicated to her mother and rightly among her most poignant songs ever. Then there she is, with a savoir faire straight out of the Prince school, picking up the guitar and punctuating the angry vocal ups and downs of "Birth In Reverse" with sharp jabs, before everything dissolves into an unhinged, accelerating instrumental coda recalling the glories of "Surgeon".

There's also room for eccentric short-circuits that bear witness to a past still kicking (the electro-blues of "Bring Me Your Loves", which shares with PJ Harvey only an echo in its title), and even unexpected masterstrokes drawing on progressive rock ("Huey Newton" and its dynamic funk crescendo halfway through): all of it delivered with an admirable lightness of touch, resolving the structural complexity of these little vignettes with the melodic cleanliness of a true virtuoso.

Insomma, cosa desiderare di più da un grande disco pop? C’è ben poco da recriminare: al suo quarto disco in solitaria, Annie Clark entra finalmente di diritto nel gotha dei grandissimi. Che raccolga adesso il guanto chi vorrà accettare la sfida.

OndaRock Logo

Ride the wave of great music

Add OndaRock to your favorite sources on Google Discover. Don't miss our reviews, milestones and latest news straight in your feed.

18/02/2014

This article is an English translation of the original Italian text by Vassilios Karagiannis, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Rattlesnake
  2. 2. Birth In Reverse
  3. 3. Prince Johnny
  4. 4. Huey Newton
  5. 5. Digital Witness
  6. 6. I Prefer Your Love
  7. 7. Regret
  8. 8. Bring Me Your Loves
  9. 9. Psychopath
  10. 10. Every Tree Disappears
  11. 11. Severed Crossed Fingers

ST. VINCENT sul web