DAVID BYRNE - Love This Giant

2012 (4ad)
pop-funk

Quante sono le possibilità che una nevrosi invecchi bene, piuttosto che scaraventare nel baratro del parlarsi addosso e del dire a vanvera? Come evolve il senso di un’alienazione metropolitana? E quali sono le coordinate di una dialettica inter-generazionale, che, fuori dalle dinamiche paternalistiche, produca qualcosa di realmente intrigante?

David Byrne non è un vecchio matusalemme, perso nella riproduzione goffa di un passato glorioso. Artista empatico, genio nevrotico, uomo curioso, canuto e tonico sessantenne, piuttosto che riciclare e restaurare i fasti della new wave – nello specifico di quel seducente white funk degli anni che furono – studia, si guarda intorno, gira in bici, cerca nuovi sodali e sperimenta diverse combinazioni. Affascinato dalla world music, dispensatore di buoni consigli dal suo stuzzicante radio channel, nelle cui playlist è facile imbattersi in una giostra internazionale, che zigzaga tra Caetano Veloso, Bjork e L’orchestra di Piazza Vittorio, non si fa problemi a collaborare con le nuove e meno nuove, lucenti leve.

Dopo Fatboy Slim, è la volta di Annie Clark, aka St. Vincent, bella, colta e intraprendente stellina pop conosciuta tre anni fa a New York, in occasione di un concerto benefico. La ragazza – già, a sua insaputa, notata in alcuni live – è rapita dal magnetismo byrneiano, patinata e competente, scanzonata e motivata quel che basta per fare da contraltare e rinfrescare il nuovo esperimento.

“The threat of natural disaster promises an emotional epiphany; urban apocalypse gives way to a garden party”, recano le note stampa, confermando la coerenza a sé di Byrne, che della nevrosi metropolitana, guardata da un punto di vista creativo, ha sempre fatto uno degli spunti più interessanti di molta sua produzione.

Le promesse vengono mantenute già da subito, con “Who”, singolo, che, sin dai fiati d’apertura, denuncia lo spirito ludicamente funk di tutto l’album. Incontro fortuito su una strada della provincia newyorkese – come nel divertente video promozionale, corredato da byrneiane ed esilaranti danze – il brano è, liricamente, un interrogarsi sulla possibile empatia di un incontro del tutto fortuito, in un riavvolgersi del nastro alle “Little Creatures” di oltre venticinque anni fa.

The little creatures, hurled into the present, adapt immediately, polish up their intentions and, with new trinkets in the shape of saxophone, trombone and French horn, carry the conversation forward on "Dinner for Two". The taste for experimenting with any kind of sonic material doesn't leave gospel aside either, as in the intro to "I'm An Ape", while elsewhere there's no giving up the pleasure of a mildly syncopated pop-wave, as on "Lazarus", another duet and one of the album's finest moments.

True to himself, David Byrne hasn't forgotten that he's a devoted lover of world music, having gone as far as founding Luaka Bop, a delightful label devoted to all sorts of Latin sounds; the tribute is paid on the hyper-luminous and lush "The One Who Broke Your Heart", which, in a provocative touch - backed by a guest appearance from Antibalas and The Dap Kings, straight from the Daptone stable - would be entirely believable among the bonus tracks of a remastered edition of "Rei Momo".

La chiosa è un adorabile lieto fine romanticamente futurista, una ballata per solo David, che non esita a mostrare con orgoglio i segni di una splendida maturità, distante dall’antico nichilismo e dal vertiginoso amore per il cinismo (“Outside Of Space & Time”). Isolando, per un attimo, il contributo della fanciulla, e osservandolo nell’ottica non di un paragone, ma di una condivisione – pur avendo, la Clark, co-firmato le liriche e suonato diversi strumenti – la sua presenza non guasta, David le lascia il giusto spazio e la valorizza quel tanto che basta per venirne fuori dignitosamente. I riferimenti sono diversi e non pedissequamente ricalcati, ma semplicemente personalizzati; tra tutti, la Bjork più leggera (“Weekend In Dust”) e, nell’uso della voce, nei primi quaranta secondi di “Ice Age”, l’incarnato pallido ed elegante di Laurie Anderson.

Seen through the lens of a lopsided but inevitable comparison, David Byrne naturally remains the magnificent giant to love, and not merely by right of age, continuing to shine with his own light as a generous magnetic pole for a delightful and intriguing vestal.

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19/09/2012

This article is an English translation of the original Italian text by Mimma Schirosi, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Who
  2. 2. Weekend in the Dust
  3. 3. Dinner for Two
  4. 4. Ice Age
  5. 5. I Am an Ape
  6. 6. The Forest Awakes
  7. 7. I Should Watch TV
  8. 8. Lazarus
  9. 9. Optimist
  10. 10. Lightning
  11. 11. The One Who Broke Your Heart
  12. 12. Outside of Space & Time

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