FONTAINES D.C. - Skinty Fia

2022 (Partisan)
alt-rock, post-post-punk

Alcune tra le nuove indie band più interessanti degli ultimi anni si sono formate a Dublino, la sublimazione di un fermento artistico in grado di generare Girl Band, Fontaines D.C., Murder Capital, Pillow Queens, giusto per citare qualche esempio fra i più noti. Ma è ormai inutile andare a investigare i motivi scatenanti di tale fenomeno: se incamminarsi lungo i vicoli di Temple Bar, attraversare i ponti sul Liffey o immergersi nella calma ovattata del Trinity College può essere sufficiente per catturare la magia del luogo e afferrarne le opportunità, al contempo lascia intuire come il vento sia già cambiato. Non puoi più incontrare Carlos O’Connell, uno dei due chitarristi dei Fontaines D.C., in bicicletta per le docklands, ha deciso di trasferirsi a Parigi, né tantomeno intercettare il resto del gruppo sulle scogliere di Howth o sul lungomare di Bray, i ragazzi ora sono a Londra, città che offre maggiori chance a qualsiasi artista. La “Emerald Isle” continua a essere troppo piccola se aspiri a diventare qualcuno.

La pandemia ha aggravato la situazione: per i cinque dubliners è risultata compromessa qualsiasi velleità di monetizzare in tempo reale quanto seminato coi primi due album. Stop ai tour, tutti reclusi in casa, col timore che nel frattempo potessero uscire fuori nuove temibili next big thing pronte a contendere copertine e like. La scelta di vivere nella Old England non è mai facile per un irlandese, e i Fountaines D.C. lo raccontano dentro “Skinty Fia”: il loro primo lavoro da espatriati è un trattato sulla moderna (auto)percezione della Irishness, non più osservata dall’interno (come accadeva in “Dogrel“) o mentre si spunta qualche data in giro per l’Europa (in “A Hero's Death“), bensì dall’altra sponda del Mare d’Irlanda, continuando a sviluppare un groviglio di stili cha va ben oltre l’affollato recinto del new post-punk (entro il quale più di qualcuno ha cercato di rinchiuderli), identificandosi in una formula divenuta assolutamente riconoscibile.

Se sei irlandese e il tuo desiderio è incidere una frase in gaelico sulla tomba di un caro estinto, rischi che la Chiesa Anglicana possa considerarlo un atto provocatorio, da terrorista: è una storia realmente accaduta a fornire l’argomento della prima traccia, un crescendo liturgico, una preghiera dal titolo impronunciabile che può essere reso in “Per sempre nei nostri cuori”. L’irlandese che si integra con difficoltà nel tessuto sociale inglese, e non di rado viene tuttora associato alla drammatica faccenda dell’Ira. Grian Chatten scende in strada per assorbire inglesitudine, ma alla fine preferisce frequentare i propri connazionali: lo confessa sulle note della rotonda “Roman Holiday”, le sue “vacanze romane” in London Town, la perfect song che in un mondo ideale stazionerebbe in heavy rotation su tutti i network radiofonici, tanto quanto l’instant classic “Jackie Down The Line”, non a caso già diventato uno dei loro brani più conosciuti.

Critiche contro gli inglesi, ma dopo la diaspora è ovvio che le liriche di “Skinty Fia” si abbattano con forza anche sul governo irlandese, reo di non aiutare a sufficienza i propri giovani: “I Love You” è il più banale dei titoli, scelto per mascherare la canzone più politica di sempre dei Fontaines D.C., che fa da contraltare a una “Bloomsday” nella quale l’addio alla città natale pesa come un macigno. È il frangente più cupo dell’album, fondali dark che ricordano i Cure, mentre germi di Smiths si rintracciano nell’ipnotica “How Cold Love Is”. Riferimenti che creano un corto circuito generazionale: la maggior parte del loro pubblico non è composto da coetanei, bensì da ultratrentenni che ritrovano in questi suoni quelli delle band alle quali musicalmente i cinque si ispirano. Per evitare cervellotici confronti (che abbracciano tutto lo scibile wave che va dai Fall agli Interpol, passando per i Joy Division e i concittadini Whipping Boy), il quintetto conferma la propria evoluzione, scrivendo grandi canzoni senza rispettare alcun vincolo.

Si va dall’angolino istituzionale dedicato agli istinti traditional (“The Couple Across The Way” è la loro versione de “La finestra sul cortile”) all’autorevole indie-rock sorretto da un potente bordone di chitarra (“Big Shot”, unica traccia interamente scritta da O’Connell), dalla riuscita inclusione dell’elettronica nel proprio mix sonoro (la title track è il caso emblematico) al tripudio energetico espresso dalla conclusiva “Nabokov”, un tappeto shoegaze srotolato per ospitare la voce di Chatten che ibrida Gallagher e Ashcroft, un momento che piacerà a chi ha amato “Hurricane Laughter” e “Living In America”. Puro arrembaggio che in realtà per gran parte di “Skinty Fia” si asciuga, trasformandosi in riflessione, e va riconosciuto che non è facile suonare di meno e più piano riuscendo a mantenere la medesima credibilità. I Fontaines D.C. sono qui, sono ora, stanno lavorando sodo e continuano a crescere. Li stiamo osservando in diretta, li respiriamo, canzone dopo canzone, mentre diventano qualcosa di importante. Una sensazione che temevamo di aver smarrito, per sempre.

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01/05/2022

This article is an English translation of the original Italian text by Claudio Lancia, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. In ár gCroíthe go deo
  2. 2. Big Shot
  3. 3. How Cold Love Is
  4. 4. Jackie Down The Line
  5. 5. Bloomsday
  6. 6. Roman Holiday
  7. 7. The Couple Across The Way
  8. 8. Skinty Fia
  9. 9. I Love You
  10. 10. Nabokov

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