PINK FLOYD - Unattended Luggage

2018 (Warner music)
art-rock, progressive rock

Montreal, 6 luglio 1977: il sipario cala sul tour In The Flesh, registrando un record di presenze negli stadi di mezzo mondo. A fronte delle indubbie soddisfazioni commerciali, era sempre più chiaro quanto dentro e attorno ai Pink Floyd qualcosa fosse irrimediabilmente cambiato. Nel 1978, mentre Waters era fervidamente impegnato nella gestazione di quello che presto sarebbe diventato “The Wall”, Gilmour e Wright, in libera uscita per qualche tempo, volarono in Francia per lavorare a “David Gilmour” e “Wet Dream”, registrati presso i Super Bear Studios in compagnia di vecchi amici: dai Jokers Wild ad altri collaboratori vicini al gruppo. Direttamente da Londra, a Britannia Row, Mason si dedicò invece alla produzione di “Green”, il nuovo album del chitarrista dei Gong Steve Hillage, una curiosa contaminazione tra prog, space-rock ed elettronica.

In realtà, anche Nick stava già pensando a un possibile album “tutto suo”, ma doveva ancora capire come poterlo realizzare. Da batterista non particolarmente attivo sul fronte compositivo rispetto ai più prolifici compagni di gruppo, giunse presto a una sagace conclusione: organizzare una formidabile squadra di musicisti incontrati durante gli anni nel suo rispettabilissimo percorso da produttore per aiutarlo a concretizzare al meglio il progetto. La sua celebrità e il legame con i Pink Floyd avrebbero inoltre offerto una notevole visibilità ai suoi meritevoli collaboratori (per gran parte) quasi sconosciuti al pubblico rock.

Sul finire del 1975, la band acquistò un edificio di sale parrocchiali di tre piani nel borgo londinese di Islington per costruirci i modernissimi Britannia Row Studios e iniziare (poco dopo) a elaborare il nuovo progetto “Animals”. Presto Nick assunse la gestione dello studio diventandone l’effettivo proprietario. Proprio qui, nel gennaio del 76, curò il mixaggio di “The Hapless Child”, un ottimo disco del trombettista e compositore Michael Manler che, insieme all’allora moglie Carla Bley, all’ex-Soft Machine Robert Wyatt, a Terje Rypdal, Steve Swallow e Jack De Johnette, aveva musicato alcuni testi dello scrittore e illustratore statunitense Edward Gorey. Robert aveva presentato Carla a Nick, che, letteralmente colpito dal suo carisma e dalla grande abilità come compositrice e tastierista, decise subito di coinvolgerla nella lavorazione del possibile album insieme a Swallow, Mantler e naturalmente allo stesso Wyatt, che avrebbe caratterizzato i brani con la sua inconfondibile voce.

Proprio in quel periodo, Mason aveva aperto le porte dello studio dei Floyd a diversi musicisti per testare le nuovissime apparecchiature con il valido aiuto dei tecnici di lunga data Brian Humpries e Nick Griffiths. Un vigoroso sassofonista americano di nome Gary Windo arrivò così per suonare a Britannia Row, accompagnato da diversi colleghi, tra cui: Julie Tippets, Hugh Hopper, Robert Wyatt e naturalmente Carla Bley.

Da queste storiche sessioni nacque il leggendario album di Windo “Steam Radio Tapes”, registrato in più tranche con la collaborazione di Mason, nel 1976 e nel 1978, e pubblicato solo nel 2014 da Gonzo Multimedia. Gary, che in quel periodo suonava anche nella Carla Bley Band, si aggiunse così al corposo team completato da Chris Spedding e dagli altri compagni di gruppo: Gary Valente al trombone, Howard Johnson alla tuba, Terry Adams al piano e all’armonica, Karen Kraft alle voce e Carlos Ward, David Sharpe, Vincent Chancey ed Earl McIntyre alle voci aggiunte.

All’inizio le idee non erano particolarmente chiare, a quanto pare Nick avrebbe dovuto volare in America per lavorare al disco, poi Carla gli inviò una cassetta con alcuni nuovi brani che apprezzò davvero molto; pensò quindi che fosse un’ottima idea partire da li piuttosto che struggersi cercando a tutti i costi idee che funzionassero bene insieme. Finalmente, le registrazioni di “Fictitious Sports” iniziarono nell’ottobre del 1979 ai Grog Kill Studios di Willow (New York). James Guthrie curò il mixaggio, avvenuto a dicembre dello stesso anno e a maggio del successivo, ma per problemi contrattuali l’album uscì soltanto il 3 maggio del 1981. Ascoltato oggi, “Fictitious Sports” rimane un progetto molto interessante che merita sicuramente di essere riscoperto da un pubblico più ampio.

Questo box triplo (3 cd/3 Lp) che raccoglie l’esigua ma interessante produzione di Nick Mason fornisce un’ottima occasione per chi ancora non lo conoscesse. Senza nulla togliere al grande talento di Waters, Gilmour o Wright, che tanto contribuirono a creare le sonorità che tutti amiamo, con questo lavoro Carla Bley e Nick Mason scelsero volutamente di recidere ogni legame con l’universo sonoro dei Pink Floyd, elaborando una serie di brani arditi e orgogliosamente diversi; per questo motivo “Fictitious Sports” va premiato per coraggio e originalità del tutto peculiari. L’unico velato rimando alle glorie passate  è il “Pink Floyd pastiche” di “Hot River”, come lo ha definito lo stesso Mason in un’intervista del periodo, un brano che amalgama i suoi cliché preferiti degli ultimi quattordici anni (siamo ai tempi della pubblicazione nel 1981), nello specifico una parte solista di chitarra slide con reminiscenze gilmouriane e una traccia vocale della Kraft che sembra uscire direttamente da “The Dark Side Of The Moon”, sino a dissolversi sul finale quasi “sott’acqua” sommersa dai tipici vocalizzi di Wyatt.

“Fictitious Sports” conferma inoltre l’interesse di Mason per il jazz ma soprattutto per la (non) scena di Canterbury, una passione in fondo non così velata, basta infatti scorrere il suo ricco curriculum per scoprirlo. Si passa dalla produzione di “Rock Bottom” alla partecipazione (sempre con Wyatt) a Top Of The Pops, oppure, dall’evento presso il Theatre Royal Drury Lane, l’8 settembre del 1974, alla produzione di “Shamal” dei Gong nel 1975, e potremmo continuare ancora. Oltre alle musiche, anche i testi del disco, ironici, surreali, costantemente sospesi tra giochi di parole e citazioni, recano chiare tracce di quella tipica attitudine creativa così unica e particolare. C’è per esempio “Can’t Get My Motor To Start” che conferma l’intramontabile amore di Nick per le automobili, un’ossessione condivisa (e chiacchierata) spesso durante le registrazioni, in particolare con l’altro appassionato Mantler. Il brano ci racconta di un motore che non riesce proprio a partire e si ipotizzano soluzioni alquanto comiche per risolvere l’annoso impiccio, come mettere la birra nel serbatoio (“try puttin beer in the tank”), o imbottirne le crepe con del formaggio (“try stuffin’ cheese in the cracks”); difficile immaginare qualcosa di più lontano da quanto i Pink Floyd stavano facendo in quel periodo. Nel pezzo, le chitarre di Spedding, il trombone di Gary Valente e il sax di Windo sembrano inoltre mimare il borbottio del motore esausto con una comicità unica che solo la Bley sa trasformare musicalmente con tale perizia.

C’è l’ottima  “Siam” con un’eccellente prova vocale di Wyatt, che giocando con  divertenti “assonanze” (Siam/Yes, I Am) canta: “Here’s another song about a place near Hong Kong/ they got lots of opium and Lapsang Southong/ Siam, Siam”, oppure: “Nicest little place in live in since Budapest/ If you think that i’m in love, you’re right, I confess/ I am/ I am/ yes I am/ with Siam”; insomma, curiosi giochetti di parole nonsense che ritroviamo in gran spolvero lungo tutto l’album, ben noti a chi ama Carla Bley e il rock canterburiano di Robert, Soft Machine, Caravan o Hatfield And The North, solo per citarne alcuni. Se pensiamo per un attimo ai testi che incontriamo comunemente nel corso dei nostri ascolti giornalieri, forse ci sembrerà strano immaginarne uno in cui si racconta di musicisti che fischiano ai propri fan insoddisfatti; ebbene, la Bley l’ha fatto nell’ironica “Boo Too You Too”, guidata dal roboante trombone di Valente e dalla voce di Wyatt.

“Here’s my method, try it and see/ When somebody’s runnin’ you down/ You got to turn it around, turn it around/ So when they boo at me you know what I do?/ I tell ‘em boo to you too, boo to you too/ Boo to you too, boo to you too”: sul piano lirico il testo di “Do Ya” sembra un surreale cul-de-sac sulla difficoltà di comunicazione, mentre musicalmente evoca alcuni tratti di “Hapless Child” o “Rock Bottom” con un’eccellente performance di Wyatt alla voce e con lo splendido solo alla tromba di Mantler.

Sia sul fronte lirico che musicale, il pezzo più riuscito di “Fictitious Sports” è probabilmente la conclusiva “I’m a Mineralist”: uno splendido saggio di ironia nonsense con spassose liriche ai limiti dell’assurdo che raccontano le “devianze” di un mineralista che raggiunge l’estasi stuzzicando pietre (“I like tickling ivories and fingering stones”). Qui, divertendosi ancora una volta con assonanze e citazioni (“mineralist/minimalist”), la Bley scomoda persino Satie e Cage (“Erik Satie gets my rocks off/ Cage is a dream”). Il verso “Cage is a Dream” è un riferimento diretto a “Dream”, pezzo omonimo per pianoforte composto dal musicista americano nel 1948, che possiamo effettivamente definire un esperimento di minimalismo ante-litteram.

In “I’m a Mineralist”, la musicista si spinge persino oltre, inserendo dopo l’ulteriore citazione (“Philip Glass is a Mineralist to the extreme”), una sezione musicale alle tastiere che sembra provenire direttamente da “Music in Twelve Parts” o “Einstein On The Beach”, ripresa sul finale dalla band al completo condotta dall’inconfondibile drumming di Mason. In sintesi, “Fictitious Spots” è davvero un ottimo album, un lavoro di squadra ricco di spunti, che ha senz’altro più di un elemento in comune con i coevi progetti di Carla Bley, in particolare con lo splendido “Musique Mecanique” del 1979.

Oltre a questo insuperato esordio, “Unattended Luggage” contiene altri due lavori, dalle caratteristiche radicalmente diverse ma sicuramente degni d’interesse. Nei primi anni Ottanta, dopo una collaborazione in “Something There” di Michael Mantler (1983), Nick fondò, insieme al chitarrista dei 10cc Rick Fenn, la Bamboo Music, una compagnia di produzione musicale per cinema e tv. Nel 1984, i due incominciarono a lavorare a un album condiviso intitolato “Profiles”, con la collaborazione di Mel Collins al sax, Maggie Reilly, Danny Peyronel e David Gilmour alle voci. Molte delle idee che poi finirono sul disco in questione furono in realtà sviluppate a partire da spunti provenienti dalla colonna sonora di “Life Could Be A Dream”, un breve film di Mike Shackleton dedicato alla vita e alle passioni di Mason.

“Profiles”, nato come lavoro quasi esclusivamente strumentale, si distingue per il massiccio utilizzo di sintetizzatori e percussioni digitali, strumenti all’epoca pionieristici (ma che oggi forse suonano un po’ datati) e che ritroveremo poco dopo anche in “A Momentary Lapse Of Reason”. “Malta” con i tipici suoni “luccicanti” e ipercinetici rimanda un po’ a certe musiche da film d’azione del periodo, punteggiate dagli interventi alla chitarra gilmouriana di Fenn e dai sax di Collins. La melodica tentazione techno-pop “Lie For A Lie” (con Gilmour alla voce) è seguita da “Rhoda” una rilassata divagazione per sintetizzatori e chitarra elettrica che sembra un’outtake da “A Momentary Lapse Of Reason”, mentre la lunga “Profiles Part 1/Profiles Part 2” alza nuovamente il tiro ritornando ai climi “cinematici” di “Malta” con una sezione introduttiva piuttosto energica scandita dal martellante 4/4 di Mason che si dissolve nella seconda parte, quasi una citazione di “Rise And Shine” da “Alan’s Psychedelic Breakfast” adeguatamente aggiornata all’era digitale. “Israel”, cantata dall’Ufo Danny Peyronel azzarda persino inflessioni new romantic introducendo una nuova sequenza di brani strumentali che termina con “At The End Of The Day”, ulteriore tema ad ampio respiro guidato dalla chitarra solista di Fenn. “Profiles 3”, in chiusura, riprende nuovamente il brioso tema precedentemente citato.

Uscito il 29 luglio del 1985, “Profiles” rimane sicuramente un album fortemente legato al periodo di pubblicazione; certamente meno innovativo di “Fictitious Sports”, presenta però già in nuce alcune tracce del sound che poi ritroveremo in “A Momentary Lapse Of Reason”. Ascoltando il disco oggi, non è difficile capire il motivo per cui nello stesso periodo Mason e Fenn abbiano fondato la Bamboo Music, i suoi brani infatti sembrano fatti apposta per accompagnare o suggerire una componente visiva. Non a caso, il successivo “White Of The Eye”, terzo (e ultimo) disco di “Unattended Luggage”, nacque nel 1987 proprio come colonna sonora del film omonimo di Donald Cammell con David Keith e Cathy Moriarty. Dal punto di vista strettamente sonoro e musicale, l’album proseguì per la via tracciata da “Profiles” accrescendo ulteriormente l’aspetto “funzionale” delle musiche che, in quanto colonna sonora, sottolineano o descrivono appunto particolari scene del film, come suggeriscono anche i titoli (“Remember Mike”, “Thrift Store”, “Ritual”).

I brani, esclusivamente strumentali e contraddistinti da una produzione tipicamente anni Ottanta, alternano episodi più vivaci con tracce di blues e funky (“Goldwaters”, “Dry Junk”, “Anne Mason”), a intermezzi dominati dai sintetizzatori (“Present”, “Discovery & Recoil”). Nel disco si possono sicuramente trovare spunti pregevoli, come la title track conclusiva per esempio, anche se in definitiva “Profiles” risulta sicuramente un progetto più autonomo, rifinito e soprattutto rappresentativo della curiosa partnership tra Mason e Fenn, che Nick ha descritto così con la sua consueta ironia: “Mi è certamente piaciuto collaborare con Rick. Penso sia utile e importante cambiare le persone con cui si lavora, sai, ti ritrovi così bloccato in certi schemi: Roger farà questo, Dave farà quello e, beh, tu puoi andare a preparare il tè Nick!”.

Siamo certi che Mason non si sia limitato semplicemente a preparare il tè con i Pink Floyd e non possiamo che riconoscere il suo importante contributo all’interno della band. Assodato il fatto che probabilmente “Profiles” o “White Of The Eye” non saranno i dischi che forse ascolteremo di più quest’autunno, nel complesso “Unattended Luggage” rimane un’ottima e graditissima opportunità per riscoprire e soprattutto dare la giusta importanza ai dischi di Nick, che si è esibito a Milano il 20 settembre con i suoi Saucerful Of Secrets. Giunti in chiusura, ci concediamo una piccola digressione. Arrivati ormai al 2018, sarebbe interessante ipotizzare un progetto di questo tipo anche per la discografia di Richard Wright. L’abbiamo suggerito, chissà se prima o poi il desiderio (e quello di molti altri ascoltatori) verrà esaudito. Intanto, attendiamo fiduciosi.

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22/09/2018

This article is an English translation of the original Italian text by Marco Calloni, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Nick Mason’s Fictitious Sports
  2. 2. Can’t Get My Motor to Start – Nick Mason
  3. 3. I Was Wrong – Nick Mason
  4. 4. Siam – Nick Mason
  5. 5. Hot River – Nick Mason
  6. 6. Boo to You Too – Nick Mason
  7. 7. Do Ya? – Nick Mason
  8. 8. Wervin’ – Nick Mason
  9. 9. I’m a Mineralist – Nick Mason
  10. 10. Profiles
  11. 11. Malta
  12. 12. Lie for a Lie
  13. 13. Rhoda
  14. 14. Profiles, Pts.1 & 2
  15. 15. Israel
  16. 16. And the Address
  17. 17. Mumbo Jumbo
  18. 18. Zip Code
  19. 19. Black Ice
  20. 20. At the End of the Day
  21. 21. Profiles, Pt.3
  22. 22. White Of The Eye
  23. 23. Goldwaters
  24. 24. Remember Mike?
  25. 25. Where Are You Joany?
  26. 26. Dry Junk
  27. 27. Present
  28. 28. Thrift Store
  29. 29. Prelude and Ritual
  30. 30. Globe
  31. 31. Discovery and Recoil
  32. 32. Anne Mason
  33. 33. Mendoza
  34. 34. A World of Appearances
  35. 35. Sacrifice Dance
  36. 36. White of the Eye

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