CURE - Disintegration: Deluxe Edition

2010 (Universal music)
dark, pop

Come un cerchio che si chiude: l’album “Disintegration“, originariamente edito nel 1989, ha compiuto vent’anni e giustamente i Cure lo celebrano con una faraonica ristampa “deluxe”.

In realtà saremmo già al ventunesimo compleanno, ma Robert Smith fa le cose con calma e i risultati si sentono sull’arco di ben tre cd, ovvero quello originario ora rimasterizzato, un secondo contenente demo e rarità dell’epoca, un terzo contenente il live “Entreat plus” con l’intero album registrato dal vivo a Wembley durante il tour ’89. Il trattamento speciale riservatogli (i precedenti sono stati ristampati con “solo” un cd aggiuntivo) è ben meritato, dato che “Disintegration” non è un disco normale. Si tratta infatti dell’album più famoso dei Cure, non solo perché li ha portati a scalare le classifiche di vendita e a riempire gli stadi di mezzo mondo, ma anche perché col tempo si è imposto nella coscienza collettiva come l’opera più rappresentativa della band, la summa estetica della sua produzione. Ciò è dovuto principalmente agli Stati Uniti, dove il gruppo ha raggiunto la popolarità proprio con questo cd, e da cui è venuta la recente ondata di rinnovato interesse per Robert Smith e soci, da parte di quei kids che allora ascoltavano tutto il giorno il disco col walkman e che ora sono diventati titolari di acclamate band, variamente influenzate dalla new wave.

Esperienze simili a quelle dei suddetti kids le ha vissute anche il sottoscritto, che può testimoniare come l’ascolto in cuffia di “Disintegration” fosse totalizzante per l’adolescente medio dell’epoca: era come trovarsi immersi in un oceano di suono che si rivelava poco a poco, con le singole parti strumentali che affluivano come onde, senza mai prendere il sopravvento sull’insieme. No, “Disintegration” non era un disco normale, proprio per quel suono denso e stratificato, dominato da potenti tastiere synth usate in modo da creare una orchestra intera che interagisse con la band e con la voce di Smith. Ecco perché era necessario un adeguato lavoro di rimasterizzazione per pulire i suoni e potenziare il volume (ricordiamo che si tratta di un disco uscito agli albori dell’era del cd), e, considerando il modo in cui l’intro di “Plainsong” esplode ora dalle casse, la missione dovrebbe essere compiuta.

Il valore dell’operazione alla fine sta soprattutto in questo, nel poter ascoltare al massimo delle possibilità odierne brani stupendi come la suddetta “Plainsong” e poi “Pictures Of You”, “Closedown” e tutte le altre: non c’è un brano mediocre in questo disco e la reputazione di cui si discuteva prima è tutta meritata.

Il discorso sul suono acquista ulteriore valore se si pensa inoltre che il disco è una vera e propria suite dove temi e atmosfere ritornano uniformi, un ciclo unitario di canzoni dove le stesse emozioni vengono sviscerate senza risparmiarsi nulla, dalla relativa calma dell’inizio fino al crescendo emotivo del finale, con “Disintegration” e “Untitled”. Quest’opera pregna di romanticismo letterario, elegiaco, dove l’esistenzialismo dei primi Cure (quelli di “Pornography“) diventa qualcosa di più maturo e universale, si è rivelata in grado di parlare un po’ a tutti, mentre affronta il tema universale del tempo che passa, raggelando le emozioni e distruggendo le certezze ma non l’anelito a un amore eterno, infinito, incorruttibile.

Tanti anni dopo quei primi ascolti nel walkman, “Disintegration” non ha esaurito le cose da dire e da rivelare, anzi sinceramente sembra molto più reale ora che una volta, e in un certo senso credo rappresenti una catarsi adulta, simile a quella di “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd, o di “Station To Station” di David Bowie, due dischi con cui “Disintegration” sembra avere tematiche e atmosfere in comune. Il motivo per cui mi trovo ad ascoltarlo ancora oggi è però soprattutto la bellezza delle musiche.

Il secondo cd, che in teoria sarebbe materia esclusivamente per fanatici e filologi, si rivela quindi interessante proprio nell’indagare la genesi musicale dei brani, seguendoli passo passo dai demo casalinghi di Robert Smith alle prove con la band, fino alle versioni semi-definitive approntate col produttore Dave Allen. L’ascolto conferma come i brani dei Cure nascano sempre da intuizioni melodiche molto semplici e minimali, che in questo caso si traducono sull’album senza grandi variazioni, ma con l’apporto di una grande sapienza negli arrangiamenti, frutto anche di una band che è indubbiamente la migliore mai comparsa al fianco di Robert Smith. La natura dei pezzi è fin dall’inizio torrenziale, de-strutturata, tendente alla trance psichedelica per mezzo di ripetizioni e cambi lenti, e si mantiene tale e quale sul disco finito: ecco svelato in parte il segreto del fascino e della classicità di questi brani. Oltre alle tastiere e all’onnipresente, roboante basso di Simon Gallup, vero trait d’union con le origini wave della band, dominano il paesaggio sonoro le chitarre liquide di Smith e Porl Thompson, tanto che in certi casi, per esempio il demo di “Homesick”, si potrebbe parlare di proto-shoegazing. Le tipiche sonorità del basso a sei corde usato da Smith rimandano invece all’album “Faith” ma qui le tendenze atmosferiche di quel disco vengono bilanciate costantemente da una suprema sensibilità melodica e pop.

Ecco quindi una sequela di passaggi dove il six string bass sviluppa piccole perle melodiche, arpeggi e assoli tanto parchi di note quanto gonfi di pathos, per creare un contrappunto umano e raccolto alle apocalittiche trame orchestrali. L’effetto è quello di un tormentato paesaggio sonoro che si materializza come una visione agli occhi della mente di chi ascolta, e di fronte al quale la voce di Robert si staglia nuda, solitaria quanto il “Monaco in riva al “mare” del grande pittore romantico Caspar Friedrich.

Sul secondo disco ci sono anche le rarità, come i provini strumentali di “Noheart” e “Esten” (difficile dire cosa sarebbero diventati con l’aggiunta di quella voce, ma la seconda sembra una hit pop mancata), una “Delirious Night” dominata da tastiere simili a cornamuse e con un feeling da psichedelia anni Sessanta (vero leit motiv dell’intero disco), una “Pirate Ships” che trasforma un brano della folksinger Judy Collins in una ninna nanna gotica degna di Nico. Ci sono inoltre le prime versioni dei brani poi utilizzati come B side dei celeberrimi singoli, ovvero la dolcissima “Too Late”, con una chitarra jingle jangle che è un chiaro preludio a “Friday I’m In Love”, la tenebrosa “Fear Of Ghosts” e le più rockettare “Babble” e “Out Of Mind”.

Resta da dire del live, semplicemente maestoso, dove la tensione che sottende alcuni brani esplode palesemente, dall’urlo di “Prayers For Rain” a una isterica (e velocizzata) versione di “Disintegration”. I brani più intimi invece, nonostante siano eseguiti di fronte a una folla sterminata, rimangono tali, tanto che forse il momento migliore è il rallenti struggente di “Same Deep Water As You”, vero buco nero dove Robert Smith implode su se stesso, distillando le note del basso come le ultime sillabe di una promessa d’amore in punto di morte.

Non sono ritornati troppo spesso da queste parti, i Cure, preferendo, a partire dal successivo (e ancora pregevole) “Wish”, un più innocuo indirizzo pop-rock. Unica eccezione, quel “Bloodflowers” che nel 2000 ha inseguito in extremis gli ultimi bagliori oscuri del capolavoro dell’89, e che probabilmente rappresenta l’ultima cosa davvero notevole fatta da Smith.

Tutto sommato, poco male: forse è meglio un onesto intrattenimento che degli struggimenti di maniera. Tanto, per il vero epos, c’è sempre “Disintegration”.

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28/06/2010

This article is an English translation of the original Italian text by Lorenzo Salzano, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Disc One: Remastered Album
  2. 2. Plainsong
  3. 3. Pictures Of You
  4. 4. Closedown
  5. 5. Lovesong
  6. 6. Last Dance
  7. 7. Lullaby
  8. 8. Fascination Street
  9. 9. Prayers For Rain
  10. 10. The Same Deep Water As You
  11. 11. Disintegration
  12. 12. Homesick
  13. 13. Untitled
  14. 14. Disc Two: Rarities (1988-1989)
  15. 15. Prayers For Rain - RS Home Demo (Instrumental)
  16. 16. Pictures Of You - RS Home Demo (Instrumental)
  17. 17. Fascination Street - RS Home Demo (Instrumental)
  18. 18. Homesick - Band Rehearsal (Instrumental)
  19. 19. Fear Of Ghosts - Band Rehearsal (Instrumental)
  20. 20. Noheart - Band Rehearsal (Instrumental)
  21. 21. Esten - Band Demo (Instrumental)
  22. 22. Closedown - Band Demo (Instrumental)
  23. 23. Lovesong - Band Demo (Instrumental)
  24. 24. 2 Late (Alternate Version) - Band Demo (Instrumental)
  25. 25. The Same Deep Water As You - Band Demo (Instrumental)
  26. 26. Disintegration - Band Demo (Instrumental)
  27. 27. Untitled (Alternate Version) - Studio Rough (Instrumental)
  28. 28. Babble (Alternate Version) - Studio Rough (Instrumental)
  29. 29. Plainsong - Studio Rough (Guide Vocal)
  30. 30. Last Dance - Studio Rough (Guide Vocal)
  31. 31. Lullaby - Studio Rough (Guide Vocal)
  32. 32. Out Of Mind - Studio Rough (Guide Vocal)
  33. 33. Delirious Night - Rough Mix (Vocal)
  34. 34. Pirate Ships - RS Solo, Rough Mix (Vocal)
  35. 35. Disc Three: Entreat Plus
  36. 36. Plainsong
  37. 37. Pictures Of you
  38. 38. Closedown
  39. 39. Lovesong
  40. 40. Last Dance
  41. 41. Lullaby
  42. 42. Fascination Street
  43. 43. Prayers For Rain
  44. 44. The Same Deep Water As You - Disintegration - Homesick - Untitled
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