LITFIBA - Stato Libero Di Litfiba

2010 (Sony)
rock

Insieme da quasi trent’anni ma separati da dieci, era prevedibile che, a furia del tanto parlarne e tenendo conto della piega declinante delle loro carriere soliste o meno, anche i Litifba dovessero prima o poi compiere il grande passo e tornare a suonare insieme. In formazione originale, ma anche no. Attorno ai due “glitter twins” fiesolani (Piero e Ghigo) e al sempre defilato Magnelli – che pare si sia occupato dell’arrangiamento e della produzione dei due brani inediti – spiccano le assenze “storiche” di Maroccolo (che pure aveva più volte espresso il desiderio di riunirsi sul palco con i vecchi compagni, magari per celebrare il loro capolavoro “17 Re”) e Aiazzi (che era rientrato nella band nel 2003 per uscirne nuovamente qualche anno dopo), sostituiti rispettivamente da Daniele Bagni (basso) e Federico Sagona (tastiere) con Pino Fidanza alla batteria. Tutta gente fidata e affiatata, comunque. Collaboratori più o meno assidui della band fiorentina.

“Stato Libero di Litfiba”, doppio live infarcito dei loro principali cavalli di battaglia con l’aggiunta di due novità, è il resoconto fedele di questa strombazzata reunion, concretizzatasi nell’arco di una mini-tournée di quattro concerti (più tre all’estero). Una scelta intelligente e una mossa tutto sommato azzeccata quella della band, che tenta il rilancio rituffandosi in una dimensione, quella “on the road”, in cui ha sempre mostrato il suo lato migliore, anche nei momenti di scarsa ispirazione (che non sono mancati, negli ultimi due decenni, anzi). Gli inediti sono davvero poca cosa (il singolo “Sole Nero” e “Barcollo”, grintose ma piatte variazioni sul tema “hard-rock e dintorni” di “Terremoto”, con qualche recrudescenza a sfondo sociale nei testi). E la scaletta privilegia i due periodi cruciali della band, quello più amato dalla critica (gli anni 80) e quello più amato dal pubblico (gli anni 90), tralasciando saggiamente l’ultimo disco dell’era Pelù (“Infinito”) e il buco nero dello scorso decennio. Ma il suono duro e diretto (chitarra e batteria angolari, basso elastico e qualche buona escursione di tastiere nei brani più wave) e gli arrangiamenti, ruvidi ed essenziali, da un lato danno nuova linfa ai gioielli degli esordi e dall’altro rinvigoriscono anche i brani più fiacchi e di medio termine (come quelli tratti da “Spirito”, la bluesy “Animale di Zona” e la tzigana “Lacio Drom” ad esempio, che rendono molto di più che su disco).

Insomma, la ricetta funziona, il repertorio è rodato, l’intesa c’è e Pelù, anche se non ha più lo smalto d’un tempo (ma è già un miracolo che le corde vocali non gli si siano atrofizzate con tutte le porcherie che ha cantato da dieci anni in qua), conserva intatto il suo carisma vocale. Si concede meno birignao del solito ma non sa rinunciare a qualche arringa “piaciona” e populista delle sue (con Ratzinger come bersaglio preferito). Brani come “Resta”, qui ricondotta alla sua matrice dark-punk tagliente e sinistra, la struggente, weimariana “Lulù & Marlene” (catturata in un take quasi Doors-like), la randagia “Cangaceiro”, l’anthemica “Dio”, il medley mex-punk di “Tex”/”Ferito”, l’esotismo di “Paname”, la para-psichedelia mediterranea di “Cuore di Vetro” e “Fata Morgana” (uno dei pochi pezzi veramente memorabili composti dal duo dopo lo scisma dell’89) sfuggono a ogni possibile denigrazione/rivalutazione e colpiscono ancora al cuore come poche, anche se ad eseguirle fosse una cover band di Scandicci o di Sesto Fiorentino. E così pure i tormentoni del periodo più “tamarrock” (“Proibito”, “Gioconda”, l’immancabile “El Diablo”, “Lo spettacolo”, i toni heavy di “Dimmi Il Nome”, la bella “A Denti Stretti”) traggono giovamento dal taglio street, aspro e sguaiato con cui vengono eseguiti a scena aperta.

E il bagno di folla tramanda alle nuove generazioni di appassionati una band in discreta forma, ancora in grado di celebrare degnamente il proprio passato e di unire le proprie forze in vista di un futuro in cui l’unica certezza è che, qualunque cosa decideranno di fare, non potrà essere tanto peggio di quanto contrabbandato, con lo stesso marchio o sotto mentite spoglie, negli ultimi opachi anni. Parafrasando il detto: “Sul palco non s’invecchia”.

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10/06/2010

This article is an English translation of the original Italian text by Simone Coacci, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Sole Nero
  2. 2. Barcollo
  3. 3. Proibito
  4. 4. Resta
  5. 5. Cangaceiro
  6. 6. Paname
  7. 7. Bambino
  8. 8. Il Volo
  9. 9. Sparami
  10. 10. Lulu & Marlene
  11. 11. Dio
  12. 12. Spirito
  13. 13. Tex
  14. 14. Ferito/Tex
  15. 15. Fata Morgana
  16. 16. Animale Di Zona
  17. 17. A Denti Stretti
  18. 18. Cuore Di Vetro
  19. 19. Gioconda
  20. 20. Ritmo #2
  21. 21. Ci Sei Solo Tu
  22. 22. Maudit
  23. 23. Dimmi Il Nome
  24. 24. El Diablo
  25. 25. Lacio Drom
  26. 26. Lo Spettacolo
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