A scriverne si fa fatica, molta. E non parlo solo di come suona e di tutto lo sturm und drang che lo circonda. Parlo più che altro di quello che circonda me, del trovarmi davanti a lui per due sere di fila – a Venezia e Roma. Delay l’ho incrociato diverse volte. La prima era fine gennaio di molti anni fa a Bologna. Non avevo ancora sviluppato questo senso di empatia totale col suo suono. Il concerto fu bello, rovinato ovviamente dal solito pubblico di merda (cit.) – pure nella capitale c’ha provato, fortuna i volumi alti han attutito l’effetto-mensa. Poi una volta a Roma, in chiesa, col pianista Giovanni Guidi, per non citare la volta in coppia con la moglie Agf in un teatrino a Modena o il paio di occasioni nel Moritz Von Oswald Trio. In poche parole: credo di avere contezza di quel che parlo. Nel contempo però mi accorgo che in realtà slegarmi, prendere le distanze da quel che ho visto e sentito, e rendere a parole questa astrazione, mi riesce difficile.
A me pare impossibile come Ripatti riesca, nel solo progetto Delay, a trovare, in un suono che a un primo ascolto potrebbe parere sempre un po’ uguale, sempre una sfumatura particolare, un quid che sagoma il suo sound, partendo da nient’altro che una variazione infinitesimale. Cos’hanno di differente “Huone” – pezzo di 15 anni fa – e l’ultima “Visaton”? Quasi nulla, eppure tutto. E’ questo che mi ha sempre affascinato della sua testa, del suo approccio alla musica elettronica: il lavorare sulle minuzie, creando suoni che sono enormi rimbalzi ghiacciati.
La warmness del sound di Delay s’è quasi esaurita con “Anima”, tutto ciò che ne è seguito è una gigantesca caduta in un vuoto fatto di permafrost: al massimo incontrerete il tepore, scordatevi latitudini inferiori a quella del 58° parallelo. L’approccio live, di converso, mette da parte l’impalpabilità cronica e devasta l’orecchio. A Venezia il mood non è distante dal noise digitale, violento, aggressivo. Sono pareti che ti si parano d’innanzi. E quindi l’ultimo “Visa” viene devastato e arranca portentoso nella sua metamorfosi ultima, il vero lato techno di Delay non sono i microbeat degli esordi o l’ovattata “Osottava” ma è questo rough sound che a forza di beat sconnessi, impazziti, ora quadrati ora vicini a Machinedrum, ti devastano le sinapsi.
Parte e aggredisce subito con tonnellate di materia elettronica che si sgretola e si riforma, in un moto di riassimilazione e distruzione costante. L’impatto, nemmeno a dirlo, è assolutamente annichilente. Non differentemente da un live di Kerridge o Prurient, la cifra comune risiede proprio in questa capacità di lavorare su un suono che pare plexiglas sciolto nell’acido. 43minuti di violenza digitale, assolutamente anarchica e celebrale. Allunga invece la falcata a Roma, rimodulando completamente l’approccio, una continua tensione tra le velleità del ritmo e le assurde sospensioni ambientali in 20 minuti – gli ultimi – da sogno: ologrammizza distese di gelo, ti ci immerge e poi scongela ogni cosa gli si pari innanzi con un pad alieno.
Pensi a tutto quel che ha suonato in 15 anni e rotti di carriera. Pensi a un suono che in apparenza non ha anima né struttura. A un qualcosa fatto a freddo, con le macchine. E ci si ritrova, una volta immersi in quel tutto lì, a cambiare completamente percezione di questo ghiaccio. Poi guardi il suo pc e “Machine Drums Have No Soul”, dice un adesivo attaccato al suo computer. I contrasti, si diceva..
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This article is an English translation of the original Italian text by Alberto Asquini, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.