Regno Unito 1990? No, New York 2009!
Può essere utile partire proprio dalle coordinate spazio-temporali, qualora qualcuno potesse nutrire qualche dubbio in proposito, per avvicinarsi all’atteso debutto di questo quartetto, già segnalatosi all’attenzione dei più indefessi cultori dell’indie-pop attraverso un paio di singoli e un altrettanto omonimo Ep di cinque tracce, uscito nel 2007 per l’etichetta Painbow.
Alcuni dei brani già editi sono riproposti in questo lavoro di appena trentaquattro minuti, accanto ad altre canzoni, tutte provviste di un potenziale “da singolo”, come si conviene alla migliore tradizione pop.
Con il suo sguardo distante e in un momento in cui i giochi delle influenze si fanno ancor più labili e superflui del solito, il quartetto guidato dalla coppia Kip e Peggy non si limita a perseguire una formula musicale, né semplicemente un’estetica alla quale aderire, peraltro omaggiata a sufficienza dalla copertina del disco e dal nome stesso della band (molto in stile indie-pop e senz’altro tra i più geniali in circolazione).
The Pains Of Being Pure At Heart do pay clear tribute to readily identifiable sounds and experiences, but they do so through two essential elements that easily help them avoid the risk of flattening into slavish emulation, always lurking around the corner in these cases: on one hand, the freshness in writing immediate, personal songs, and on the other, the ability to touch on multiple references, in balanced combinations that are constantly evolving.
With the constants of tight rhythms and the typically shoegaze split between underlying distortion and ethereal melodic sweetness remaining in place, across the album's ten tracks an extensive array of nuances unfolds seamlessly, ranging from the roots of Jesus & Mary Chain and Sarah Records to the Scotland of Pastels and Teenage Fanclub, passing through the more pop and dreamy components of My Bloody Valentine and, above all, Lush.
L’efficacia dei frequenti intrecci vocali, sempre lievi e inafferrabili, si affianca dunque a pastosi vortici elettrici, creando melodie che entrano facilmente in circolo, anche grazie alla generale concisione di brani che in più di un’occasione (“The Tenure Itch”, l’incipit di “Stay Alive”) sembrano delineare una sorta di twee-pop irrobustito dalle cadenze della batteria o immerso in una seducente coltre di feedback. I ritmi sono però in prevalenza incalzanti e assumono a tratti oscure venature dark-wave, come quelle evocate dal basso profondo di “Young Adult Friction”, ma pur sempre alleviate dalla melodia, collante essenziale delle tante variazioni proposte con grande naturalezza dalla band americana. Notevole è infatti la versatilità dimostrata nei passaggi da turbini shoegaze a un caracollante andamento jingle jangle, da febbrili cadenze elettriche a un soave lirismo pop, il tutto interpretato con quell’atteggiamento di (dis)incantata spontaneità post-adolescenziale che porta a cantare con noncuranza “This Love Is Fucking Right!” e che sembra davvero in grado di rimaterializzare quel grigio inglese reso coloratissimo da tante band dei primi nineties.
Poco vale, allora, speculare se sia tempo per un ipotetico, diffuso revival anni 90, poiché quest’album non è altro che il frutto della spontanea propensione artistica di quattro ragazzi newyorkesi, dotati di senso della melodia e capaci di dar luogo a un suono coeso e a canzoni godibili e convincenti. E poi, chi l’ha detto che un disco come questo, oggi, debba necessariamente essere reputato fuori contesto?
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01/02/2009
This article is an English translation of the original Italian text by Raffaello Russo, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.