Following on from the more accessible tracks of their last album, Oneida's “Expensive Air” offers a set of songs that won't disappoint their most die-hard fans, and that will certainly please those who look to rock chiefly (solely?) for an easy escape from the ugliness of the world around them — even though this, their seventeenth record, was conceived, in Bobby Matador's words, as “a darker, looser and noisier counterpart to ‘Success’“.
Intendiamoci: l’ascolto di queste otto tracce – tra cui una lunga cover di “Gunboats” degli Swell Maps, qui in una versione leggermente più veloce e arricchita da saliscendi emotivi – fila via liscio senza cedimenti, eppure a ogni ascolto a rafforzarsi è la sensazione che, rispetto al disco precedente, i newyorkesi abbiano perso qualche colpo, il che ci può anche stare, visto che la band è ormai in pista da quasi trent’anni e bisogna fare di necessità virtù.
Detto questo, non sorprende che ad aprire le danze sia un brano come “Reason To Hide”, nient’altro che l’ennesima variante della loro classica cavalcata psichedelica, che tanto deve anche al rock krauto (anche “Salt” busserà, più avanti, a quelle porte), piegando gli strumenti a tracciare un sentiero ritmico cadenzato e ipnotico, attorno cui lasciar deflagrare suoni e rumori, mentre ci si approssima allo spazio più profondo, senza però mai sfiorarne davvero il limite. Il rifferama è imbizzarrito e anche la voce di Kid Millions, offuscata dagli asteroidi, sembra tradire una cupa eccitazione. L’effetto è, va da sé, garantito, per non dire “telefonato”.
Solida, ma complessivamente meno valida, “Spill” lascia invece campo libero alle distorsioni acide delle chitarre, quelle che in “La Plage” si irrobustiscono intorno a una vorticosa idea di Dead Kennedys filtrati dalle cadenze goth–punk dei Misfits.
La doppietta centrale costituita da “Stranger” e “Here It Comes” rappresenta, dal canto suo, il momento più trascinante del disco (la prima in balia di ritmica rutilante e armamentario space-psych, la seconda preda di una catchyness a perdita d’occhio). Probabilmente, i solchi più interessanti sono quelli della title track, che fanno pensare a un’obliqua rivisitazione dell’Americana.
Trentaquattro minuti dopo il suo primo vagito, “Expensive Air” conferma che gli Oneida (una band che, giusto per essere chiari, le sue cose migliori le ha registrate una ventina di anni fa!) sono comunque ancora capaci di far fruttare quel poco che resta ormai nel carniere della loro ispirazione.
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29/08/2024
This article is an English translation of the original Italian text by Francesco Nunziata, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.