Si può rimanere delusi da una band dalla quale da molto tempo, ormai, non ci si aspetta più nulla o quasi? Il paradosso-Kasabian è in realtà – forse – meno misterioso di quanto potrebbe sembrare in superficie. Molto semplicemente gli inglesi hanno fatto una scelta di campo, sacrificando la commistione a tratti geniale tra psychedelia, retaggi britpop e madchesteriani degli esordi in favore di un pop-rock più patinato e danzereccio: buono tanto per gli stadi che per Glastonbury, a quanto pare, ma in ogni caso pensato in primis per la dimensione live.
Secondo lavoro senza Tom Meighan alla voce, “Happenings” poggia nuovamente sulle spalle di Serge Pizzorno, coadiuvato in cabina di regia dal produttore Mark Ralph. Dieci canzoni che scorrono una dopo l’altra in appena 28 minuti e un fil rouge rappresentato dalle velleità danzerecce che vanno dagli ancheggiamenti di “Darkest Lullaby” (miglior pezzo in scaletta) all’uptempo innocuo di “Coming Back To Me Good”, fino alla ormai telefonatissima tracotanza di “Call”, che tenta – invano – di replicare successi quali “Eez-eh“.
“How Far Will You Go” è un assalto sonoro che suo malgrado pecca di inventiva, ma probabilmente scuote le masse nella versione dal vivo (vedasi sopra), un po’ come il ritornello piacione di “Italian Horror”, che quantomeno spariglia le carte. Poteva mancare la ballatona finale? Ovviamente no, dunque ecco “Algorithms”, con le sue chitarre acustiche e le voci accorate in un ritornello che già “chiama” il contributo delle grandi folle. Meglio allora “Passengers”, con una strofa che sembra uscire dalla penna dei Red Hot Chili Peppers e un ritornello à-la Coldplay. Sempre di stadi, o meglio di happenings si tratta, no?
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17/07/2024
This article is an English translation of the original Italian text by Fabio Guastalla, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.