Se da una parte oggigiorno non fa strano pensare che una band si possa formare online, tra social e forum, dall’altra la storia degli svedesi I Break Horses desta curiosità e simpatia. Maria Lindén e Fredrik Balck si sono infatti conosciuti sulla Rete, ma non precisamente dove verrebbe da immaginare. Non so: Myspace, un forum dedicato al dream-pop degli anni 80… Entrambi ipocondriaci dichiarati, i membri del duo di Stoccolma frequentavano invece lo stesso forum medico dedicato alla patologia. Non è chiaro se l’incontro abbia in qualche modo lenito le loro sofferenze, certo è che ha dato vita a un dream-pop che incapsula e riflette fragilità e insicurezze tipiche della condizione.
In principio fu “Hearts” (2011), un disco fortemente debitore dei Cocteau Twins e dello shoegaze più onirico, ispirato ma lungi dal poter essere considerato originale. Tre anni dopo fu la volta di “Chiaroscuro”, nel quale il duo ridusse l’apporto delle chitarre e si concentrò su battiti ovattati e sintetizzatori al neon.
Ancora una volta l’originalità non era una prerogativa di Maria e Frederik, che concentravano gli sforzi della loro indietronica sulla proiezione di umori e insicurezze. Latitando questa volta melodie efficaci, il risultato fu però poco più che una copia annacquata dei Chromatics.
“Warnings” rimane in questa zona sonora notturna e stordita, con risultati però decisamente più soddisfacenti. Le melodie sono questa volta chiare e rapiscono istantaneamente. Tutto il disco è inondato di un pulviscolo fatato che annebbia e stordisce. Uno di quei miracoli produttivi possibili quasi solo in casa Bella Union, un tempo dominio incontrastato di 4AD.
E così succede che i nove lunghi minuti di “Turn” aprano il disco con tutta la calma necessaria, fornendo all’ascoltatore il tempo giusto di ambientarsi nella dimensione notturna e trasognata. Ammaliandolo lentamente, risucchiandolo a poco a poco in spirali oniriche degne di Julee Cruise o Victoria Legrand.
Il piacevole torpore si protrae in canzoni più brevi come “Silence” e “I’ll Be The Death Of You”, mentre “Neon Lights” mette in campo una danza di lucine colorate e beat meno abbozzati. Tra i brani più solenni e teatrali spicca “The Prophet”, che nel mare di synth ficca una chitarra strisciante e distorta con un filo di cattiveria che non guasta.
La lunga “Death Engine” è un’altra immersione a capofitto in un dolce mare di battiti ovattati e nebbioline incantate. Anche qui l’effetto “Twin Peaks” è garantito.
Chiude un lamento cibernetico al vocoder intitolato “Depression Tourist”, con il dispositivo elettronico di distorsione vocale abusato come se la Lindén fosse Imogen Heap. È il congedo di una fuggevole sirena finalmente al pieno delle sue capacità.
Non cambiando quasi nulla negli scenari e nell’impianto musicale, che difatti si sono limitati a rallentare e aumentare di profondità, gli I Break Horses sono riusciti a realizzare un disco assolutamente migliore di quello precedente. Il merito è delle canzoni, che si evolvono plasticamente, senza paura di dilungarsi o spezzarsi sul più bello. Una libertà tipica di chi apre il cuore con sincerità e affida ai sentimenti il timone dell’espressione, curandosi della forma quanto basta. Il che, in assenza di grande originalità, equivale a liberarsi di un peso non da poco.
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21/05/2020
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Corrado, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.