Mentre va completandosi ed esaurendosi il revisionismo della musica degli anni 60 e 70, una nuova frontiera si espande per gli assetati di emozioni remote: la celebrazione della memoria random degli anni 80 è infatti il vero spartiacque culturale che sta sottolineando questo decennio.
Ad aprire le danze per questo imberbe 2014 è il secondo album degli I Break Horses: celebrato dai fan di Pitchfork, il duo svedese si è messo in luce grazie a un’iniezione di shoegaze nelle maglie di un dream-pop delicato e a tratti suggestivo.
Electronic ondulante, ritmi appena distorti, scricchiolii di musica dark e gothic compongono adesso un album che suona entusiasmante per chi degli anni 80 ha apprezzato solo l’estetica e non il contenuto. In “Chiaroscuro” non v’è nulla di imbarazzante o disdicevole: la rilettura indie-pop di Madonna in “Weight True Words” strappa un leggero sorriso, ma Maria Linden non è Elizabeth Fraser e il gioco di luci e ombre evocato dal titolo non sempre viene onorato.
Le nove canzoni sono languide, ma prive di melodie memorabili, spesso vestite di raffinate sonorità dark e soul, come “Berceuse”, a volte capaci di confrontarsi con frammenti di modernità e con l’inquietudine dei glitch nella vibrante “Denial”, senza mai sfondare i confini del già sentito.
Le pagine più riuscite del secondo album restano quelle più intime e trasognate: l’iniziale “You Burn”, l’ansiosa “Medicine Brush” e la malinconica “Heart To Know”. Il resto si agita tra citazioni degli Human League in “Ascension” e ibridazioni noise per “Faith”.
La produzione eccede nell’uso dell’echo, le poco ispirate composizioni sono avvolte da contrappunti sonori e ritmiche frastagliate che danno origine ad atmosfere sognanti in cui non vi è spazio per l’immaginazione, e quando le maglie ritmiche e armoniche si aprono (la già citata “Weight True Words” ) è troppo tardi per salvare il tutto dal piacevole oblio.
Al secondo appuntamento discografico, la band di Maria Linden non sembra aver ancora deciso tra dream-pop e un romantico shoegaze, un’incertezza che mette in evidenza i limiti della loro capacità di autori. Ma non mostrerei stupore se il duo svedese fosse baciato dal successo e dal plauso critico: qui sono assenti le magiche asperità dei protagonisti della seconda invasione musicale britannica, ma la memoria, spesso ingannevole, sembra aver eluso la fonte d’ispirazione di quella rivoluzione culturale che molto banalmente viene liquidata come electro-pop.
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13/01/2014
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.