THEE OH SEES - Memory Of A Cut Off Head

2017 (Castle face)
Psych-folk

Il 2017 di John Dwyer si chiude all’insegna dell’autocelebrazione. I venti anni di attività della sua creatura prediletta, da sempre irrequieta e in costante evoluzione, coincidono con la ventesima uscita ufficiale su lunga distanza (detratte le innumerevoli raccolte di rarità) oltreché con il centesimo numero di catalogo per l’etichetta di famiglia, la Castle Face. Tutto lascerebbe insomma presagire qualcosa di speciale, anche se per i consuntivi sembra aver già detto tutto il recente “Orc”, egregiamente peraltro. Il vulcanico frontman opta allora per una diversa strategia, con l’ennesimo cambio di ragione sociale e insieme un inatteso ritorno ai tempi in cui la band si chiamava OCS e non era nulla più che un capriccio, ideato appositamente per rilassarsi dagli strapazzi con i Coachwhips. Per l’occasione ecco quindi rispolverata la line-up originale, con la fidata Brigid Dawson a cori e tastiere e il redivivo Patrick Mullins alle percussioni, oltre ai contributi decorativi di Heather Lockie (archi) e Mikal Cronin (fiati).

Duetti melodiosi, suadenti, da scenario campestre attorno a un fuoco dettano la linea a un’operina elusiva che aggiorna la formula di quei primi lavori con tutt’altra padronanza tecnica ed espressiva. Capita nel carosello silvano che chiude i giochi, con l’immersione nel folk britannico dei tardi sixties di “The Chopping Block” o quando, tra i solchi di “Neighbor To None”, si riaffaccia la sega musicale di Mullins a tratteggiare l’elegiaco soft focus di quegli ormai remoti esperimenti, un rifugio tranquillo fatto di suggestioni arcadiche, cui fare ritorno per un attimo di licenza dal riverbero, dai compressori diesel e dalle esasperazioni soniche di un prog-rock riveduto e corretto.

Il brano che presta il titolo alla raccolta avvicina addirittura un levigato country-folk e questo dovrebbe dirla lunga sul tenore diversivo di questo lavoro.

“Memory Of A Cut Off Head” è un disco inessenziale ma adulto, sgravato quasi completamente dei barocchismi di rito e delle stravaganze freak (limitate a qualche stramba accelerazione o a minimi prestiti dai Beatles lisergici), ma anche una collezione di deliziosi esercizi di stile, orientati in qualche caso (“Cannibal Planet”) a trascrivere le texture ritornanti del diletto Damaged Bug in una veste più visionaria e sempre piuttosto aggraziata. La ricreazione sintetica di quel progetto collaterale fa capolino qua e là con sottili inserti gorgoglianti, pur senza spostare in alcun modo gli equilibri dell’album. Vi sono anche passaggi più movimentati e in linea con i quadretti floreali che, pur tra le opzioni minoritarie, negli ultimi anni i Thee Oh Sees non hanno mai mancato di dispensare (“On And On Corridor”, che arriva a rievocare i Primus meno spigolosi).

Uno dei gioielli dell’album è l’efebica perla baroque-pop “The Remote Viewer”, che trascinata dal suo bravo harsichord si piazza con autorevolezza in zona Canterbury-revival, dalle parti degli Jacco Gardner, dei Balduin e dei Doug Tuttle. Dwyer tiene a dimostrare di essere cresciuto enormemente, non solo come autore, ma anche come artigiano/arrangiatore, ma a sorprendere è non di rado una Brigid che, specie nella seconda facciata, si ritaglia piccoli ruoli da protagonista all’insegna della trasparenza psych-folk, di una leggiadria tanto elegante quanto esangue: in un’atmosfera celestiale che fa piazza pulita del rumore di fondo pur non riuscendo a silenziare un tono di mestizia (“The Fool”) come in una sorta di sfrigolante autismo (“Time Tuner”).

Certo l’operazione, abile a dissimulare la propria estetizzante natura, lascia un po’ il tempo che trova. Avendo ben presente lo stile anche belluino della flottiglia capitanata da Dwyer, più che altro, un risultato a tal punto arioso non potrà che riuscire straniante, almeno per qualcuno. Ora non resta che capire se si tratta solo di un’estemporanea uscita dal seminato, come immaginiamo, oppure se prefiguri all’orizzonte qualcosa di effettivamente nuovo. Come sempre, quando è di John Dwyer che si parla, non occorrerà che passi troppo tempo perché arrivi un chiarimento.

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29/11/2017

This article is an English translation of the original Italian text by Stefano Ferreri, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Memory Of A Cut Off Head
  2. 2. Cannibal Planet
  3. 3. The Baron Sleeps And Dreams
  4. 4. The Remote Viewer
  5. 5. On & On Corridor
  6. 6. Neighbor To None
  7. 7. The Fool
  8. 8. The Chopping Block
  9. 9. Time Tuner
  10. 10. Lift A Finger By The Garden Path

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