THEE OH SEES - The Hounds Of Foggy Notion

2008 (Castle face)
lo-fi, psych-folk

La fotografia del preciso istante di un cambio di rotta.

Meglio, l’ultimo fotogramma della vecchia band nell’atto stesso di passare il testimone a quella nuova.

 

Si potrebbe intendere così “The Hounds Of Foggy Notion” – ufficialmente un live album (per quanto meglio curato di tutti i precedenti lavori) – ultima e più fedele testimonianza del cantiere aperto in casa Ohsees nel biennio 2007/08. In pochi mesi si sono avvicendati dietro i rullanti Patrick Mullins, Jigmae Baer (poi con Ty Segall) e Mike Shoun, ma la discontinuità non lascia strascichi importanti in una fase in cui la batteria resta per il gruppo uno strumento fantasma, o quasi. Questo è tuttavia un periodo di profonde evoluzioni per la compagine statunitense, giunta di fatto al termine di un’esplorazione e pronta a inaugurare una nuova e ben più stimolante stagione. Pochissime delle canzoni qui contenute sono inedite. Le altre riescono però assai più fluide, veloci e armoniose rispetto alle versioni originali, presentate in un quadro finalmente coerente che fa della raccolta un lavoro solido e a sé stante, non certo inferiore per dignità artistica ai primi timidi passi della band. A prevalere, in tutto e per tutto, è la linea gentile che esalta il bizzarro revival psichedelico dove è indiscussa protagonista la voce eterea e senza tempo di Brigid Dawson, mentre le (ben poco appariscenti) percussioni si fanno carico dell’onere dei ritmi, nessuno strumento ambisce a prendere il sopravvento e lo stesso capobanda pare impegnato in una sessione di nascondino delle sue, con la chitarra ridotta a un semplice gingillo decorativo.

 

Certo si tratta sempre del consueto psych-folk fragile e incespicante quanto originale, fortemente evocativo pur nei limiti di una confezione ancora poverissima (ma non miserabile). Come e meglio che in “Cool Death” e “Sucks Blood”, le infiorettature retrò portate in dote da Brigid conferiscono a queste canzoni scabre una fisionomia precisa e riescono nell’intento di regalare suggestioni incantevoli con pochissimo, scortate dal jangle dimesso ma splendente di John (“Dumb Drums”, la meravigliosa “Curtains”). Ecco così, tra leziosismi da girl group in acido, andature rilassate e tenuemente ipnotiche, una ninnananna che culli placida l’ascoltatore (“Make Them Kiss”), o un fantastico numero passatista, diafano e raffinatissimo, che sa di insinuante filastrocca (“Dreadful Heart”), per non tacere della straniante cantilena dawsoniana trapuntata su un telone atmosferico di sfondo (“Highland’s Wife Lament”): psichedelia da quattro soldi, magari, ma d’effetto garantito. E riecco nelle sue ultime apparizioni la sega musicale di Mullins, deliziosa nei duetti con la chitarra e con la Brigid più languida di sempre (il gioiello “Golden Phones”), a donare quel surplus di malia weird a queste piccole delizie. I brani vecchi trovano allora una definizione più appagante che rende loro giustizia; al resto provvedono gli immancabili richiami anni 30 e 40 nel malizioso gorgheggiare della vocalist.

 

Con simili premesse, “The Hounds Of Foggy Notion” funziona anche come eccellente opera di sintesi per le prime esperienze della formazione californiana: una preziosa testimonianza stilistica della sublime peculiarità degli Ohsees prima maniera, destinata a non trovare significativi approfondimenti futuri e accantonata quindi presto dal gruppo, in marcia verso nuovi e più ambiziosi orizzonti. La sensazione di trovarsi immersi in un sogno privi di appigli temporali è forte, incerti i contorni, nebulose le vedute, sempre pallido e soffuso il luminismo, a fronte di un approccio emotivo ancora minimalista ma pur sempre capace di regalare nuance melodiche incredibilmente sensuali e, di fatto, memorabili. In questo quadro la ruvidezza è espediente adoperato con parsimonia così da risultare funzionale in maniera del tutto opportuna, al pari delle sottili marcature rumoriste: trucchi impiegati senza mai esagerare, impeccabili nel conferire un’aura romantica e decadente, o nel movimentare ulteriormente pezzi già ricchi di fascino, senza scadere in una crudezza noise fine a se stessa.

 

Quasi a margine, momenti più spigliati come “Block Of Ice” o “Ghost In The Trees” già anticipano ipotesi che il quartetto sta sperimentando altrove, in studio, pur mantenute qui in una variante poco chiassosa per non inficiare la coerenza unplugged della raccolta. Così nel disco è possibile reperire più di un’utile indicazione sull’imminente metamorfosi della band, anticipazioni da un nuovo album (“The Master’s Bedroom Is Worth Spending A Night In”) ormai di fatto pronto. Semi, germi, bozze, di uno slancio per il momento ancora solo in potenza, incerto, provvisorio, quanto mai interessante.

Ma questi saranno i Thee Oh Sees, tutta un’altra storia praticamente.

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14/03/2014

This article is an English translation of the original Italian text by Stefano Ferreri, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Gilded Cunt
  2. 2. Island Raiders
  3. 3. Ship
  4. 4. Block of Ice
  5. 5. Curtains
  6. 6. Dumb Drums
  7. 7. We Are Free
  8. 8. Thee Hounds of Foggy Notion
  9. 9. Make Them Kiss
  10. 10. Golden Phones
  11. 11. If I Had A Reason
  12. 12. Highland Wife's Lament
  13. 13. Dreadful Heart
  14. 14. Ghost In The Trees
  15. 15. Iceberg
  16. 16. Second Date

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