Il rientro nei binari dopo una dipartita fatta di coraggio e audacia non è mai cosa facile. C’è da scommettere non lo sia stato nemmeno per un talento cristallino come quello di Sóley Stefánsdóttir, per anni nascostosi dietro il pop cameristico strappalacrime dei Seabear e il vivace e disimpegnato (in apparenza) indie-folk dei Sin Fang. Proprio quest’ultima è l’esperienza da cui Sóley aveva preso le mosse nei suoi primi passi da solista, acerbi quanto già carichi di idee e spunti, raccolti un un “We Sink” che aveva suscitato più simpatia che autentica convinzione, salvo poi ripiegare a sorpresa su un’ombrosa e spettrale formula piano solo che aveva tolto la vista senza accecare in “Krómantik”.
Proprio le fughe da casa, le avventure dal finale incerto, però, sono i momenti in cui un individuo, e in questo caso un’artista, può apprendere di più. Non stupisce pertanto che “Ask The Deep”, prima ancora che come il disco del suo ritorno alla forma-canzone, si ponga su tutti i fronti come l’album della maturità di Sóley, in cui le sue fantasiose pop song perdono l’ingenuità di fondo che le aveva caratterizzate in passato in favore di una nuova, profonda e impressionante consapevolezza melodica e (cant)autorale.
Compositiva, dunque, ma anche e soprattutto strumentale: sono gli arrangiamenti il vero asso nella manica di un disco che riesce a mantenersi originale e personale pur senza rinunciare al proprio Dna made in Iceland.
L’elettronica invade in maniera massiccia il soundscape, assieme a un’oscurità mutuata proprio da “Krómantik” ma rielaborata in chiave pop e mescolata con la malinconia, il tutto ad aggiungersi alla formula base del folk d’Islanda percussioni più melodie. Il risultato è però ben più magniloquente di ogni possibile descrizione, e denuncia fin dal titolo una tensione di fondo: è nelle profondità viscerali del suo essere e della sua coscienza che Sóley ha deciso di avventurarsi.
L’ouverture di “Devil” pare mutuata da un segmento strappato a uno dei flussi di coscienza dell’ultimo Bvdub e rilavorato in chiave pop, e il suo riflesso si distribuisce anche nella cavalcata dolcenera di “Ævintýr”, sorta di incontro esempio di strepitosa reinterpretazione cosmopolita del tipico Icelandic sound.
L’uno-due da urlo è seguito da un percorso più arduo e intimo, vero cuore del disco. Sóley racconta e si racconta, abbassa le luci ma non l’intensità della sua narrazione. Dal mantra trip-hop tra dolore e ossessione in scia agli ultimi HTRK di “One Eyed Lady” alle più tradizionali marcette pop di “Halloween” e “Breath” fino al mezzo inchino a Sinead O’ Connor di “Follow Me Down”, è la sua interiorità a mantenersi protagonista unica. I costanti riferimenti alla terra natia e al suo paesaggio, di cui sono recuperate le componenti più ombrose e sublimi, non sono che corrispondenze attraverso le quali stralci d’anima trovano una via di fuga verso l’ascoltatore, capace di disegnare gli scenari vissuti in prima persona dall’artista e di entrarvi e interagirvi.
Trattasi, in gran parte, di incubi, malesseri e conflitti di identità, probabilmente legati al passato quanto al presente, e superati in maniera definitiva solo nel trittico finale, autentica ciliegina su una torta già corposa. “I Will Never” è un’invocazione autenticamente noir per voce e organo, l’apice oscuro dell’intero lavoro, posta in un contrasto estremo quanto significativo con la fuggitiva “Dreamers”, rifugio in scenari onirici in cui la luce riesce finalmente a penetrare. Sussurrando al pianoforte, “Lost Ship” rivela però la natura fugace dell’apparizione, celebrando al tempo stesso la definitiva liberazione dai demoni evocati, affrontati e raccontati in precedenza, abbandonando a una realtà sostanzialmente indefinita. Manca l’estasi, il lieto fine: e, verrebbe da dire, meglio così.
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14/07/2015
This article is an English translation of the original Italian text by Matteo Meda, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.