“Brechtian Punk-Cabaret”: this is how Amanda Palmer (voice and piano) and Brian Viglione (drums), from Boston, describe their own project. Ambitious they certainly are, and also a bit (quite a lot, actually) brazen if you will, but in fact, hearing them and especially watching them, these two unlikely East Coast pierrots have managed to create one of the most compelling and original styles to have emerged lately.
Esistono dal 2001 e questo loro primo cd è stato pubblicato inizialmente a fine 2003, ma c’è voluta una seconda uscita quasi un anno più tardi per garantire al gruppo la giusta spinta promozionale: e il successo è arrivato, il video (bellissimo) del singolo “Coin-Operated Boy” va forte sulle reti musicali più note e il duo ha aperto i recenti concerti europei dei Nine Inch Nails. E se lo meritano tutto il loro successo, perché attraverso la semplice e vibrante energia delle loro canzoni e delle loro trascinanti performance dal vivo si fanno perdonare tante delle comprensibili ingenuità di un debutto.
I Dresden Dolls guardano al post-punk, guardano agli Sparks, guardano al più recente pop cantautorale al femminile (più quello di Fiona Apple che di Tori Amos), ma guardano decisamente di più a Marlene Dietrich e di più ancora all’arte della pantomima: Amanda Palmer, che firma tutti i brani, è in sostanza una sguaiata ragazzaccia che recita le sue canzoni accompagnandosi al piano con sgraziata intensità, mentre il suo ineffabile compare ne asseconda e complementa ogni gesto con precisione e naturalezza, rivelandosi nel contempo uno dei più dotati batteristi attualmente sulle scene.
Un pugno di canzoni come l’iniziale “Good Day” e “Half Jack” (probabilmente il punto più alto del disco) ha già tutte le carte in regola per far innamorare di loro il pubblico in cerca di sorprese: e brani come “Missed Me”, “Girl Anachronism” e il già citato singolo “Coin-Operated Boy” sono i veri manifesti della loro arte. Lasciando da parte i toni più malinconici della maggior parte delle composizioni, questi grotteschi e divertentissimi siparietti piombati tra noi dritti dalla Weimar anni 20 non stanno fermi un attimo, scappano da tutte le parti tra pause, ripartenze e crescendo tempestosi, sardonicamente condotti dal canto singhiozzante di Amanda (e dal vivo sono capaci di improvvisarci sopra in ogni maniera).
Di fronte a questi deliri, i brani della seconda parte del disco si trascinano un po’ stancamente, sfruttando le stesse trovate in modo però più convenzionale come fa la pur bella “Gravity”, o impantanandosi in lentoni come “The Perfect Fit”, e non reggono il confronto: oltretutto i Dresden non sembrano dotati di particolare talento melodico, e classicissime ballate come “The Jeep Song” ne soffrono non poco. La fascinosa “Slide”, però, torna a convincere in pieno, centrando i tasti giusti. E la chiusura affidata alla lunga “Truce” è un capolavoro di tensione drammatica, che partendo su toni totalmente dimessi muta gradualmente in un vibrante crescendo sostenuto da un’altra magistrale performance di Viglione alla batteria.
Overall, the duo still can't quite sustain the full (long) runtime of an album, but they also display an uncommon degree of personality, expressiveness and chemistry: it's definitely worth seeing the glass as half full and forgiving the sluggishness of the record's middle section, because their potential is genuinely frightening.
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12/12/2006
This article is an English translation of the original Italian text by Mauro Roma, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.