-Che cosa fa questo Lucio Corsi?
-Emula un po’ il Renato Zero degli anni Settanta
Quello che colpisce davvero è che, con buona probabilità, Corsi è il più giovane di tutti.

Nella parte centrale dello show, durante una parentesi solista, la pioggia comincia a scendere proprio all’inizio di “Senza titolo” (“Avevo una ragazza che non era acqua/ non si poteva bere”), esattamente sulla parola “acqua”: lui si ferma di proposito e ci scherza su con il pubblico. Declama (senza accompagnamento musicale di sorta) una divertente poesia che ha scritto per esorcizzare le abbuffate natalizie in famiglia (“Natale all’Inferno”), poi passa al pianoforte per la versione italiana di un brano di Randy Newman che Cocciante ha tradotto sulla colonna sonora di Toy Story 4 (“Hai un amico in me”) e chiude la parentesi con un canto popolare toscano (“Maremma amara”), il tutto mentre l’organizzazione del festival dà vita a un buffo ma efficace siparietto per installare sul palco tendoni che riparano i musicisti e la loro attrezzatura.
Ha senso dell’ironia, Lucio.
Dichiara che i suoi artisti italiani preferiti sono Paolo Conte, Ivan Graziani e Lucio Dalla, ma subito dopo esegue “Bufalo Bill” di De Gregori (nuovamente con la band al completo), seguita da una poderosa pillola strofa/ritornello di “20th Century Boy” dei T.Rex.
Prova ad argomentare ogni volta il contenuto delle canzoni, ma poi puntualmente si autocensura con tenerezza, perché ha capito che alla poesia non fanno bene troppe spiegazioni.
Ha un outfit che ricalca modelli divistici, ma è simpatico e sincero nel rapporto con il suo pubblico, anche quando ci impiega due o tre minuti a sistemare “una chitarra che si SCORDA della sua accordatura per il troppo caldo”.
C’è ovviamente spazio anche per il repertorio meno recente, con le acclamatissime “La lepre” e “Il lupo”, ma spetta alla più vecchia “Altalena Boy” il compito di chiudere lo spettacolo sotto una pioggia che si fa sempre più insistente. Ci raccogliamo sotto i k-way e gli ombrellini ma non molliamo, chiedendo due bis (“Cosa faremo da grandi?” e “Freccia bianca”), che Corsi esegue tra gli applausi e una standing ovation.
Alla fine, è l’organizzatore in persona a prendere il microfono per raccontare la soddisfazione di aver chiamato un giovane così talentuoso, sul quale ha deciso di scommettere dopo aver sentito la crescita e la qualità del percorso artistico.
Ed è difficile per me non essere d’accordo.
Se devo giudicare il futuro della canzone italiana da quello che ho visto qui stasera, nella splendida cornice all’aperto di uno dei paesi più affascinanti delle Langhe, devo dire che siamo in buone mani.
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This article is an English translation of the original Italian text by Paolo Ciro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.