Strana coincidenza quella verificatasi in questa settimana, con ben tre progetti musicali provenienti da New Orleans che giravano nel mio lettore cd. Se il passaggio dal folk-blues onirico di Sam Doores al synth-pop dei Video Age non ha turbato molto le mie percezioni extrasensoriali, la furia creativa di Alli Logout (voce), Nathan Cassiani (basso), Maria Elena (chitarra) e Ruth Mascelli (electronics) ha rimesso in moto l’ormai sopita passione per il nichilismo sonoro.
E mentre i fervori post-punk ritornano a essere protagonisti delle argomentazioni critiche più roventi, con Fontaines D.C. e Protomartyr che si contendono lo scettro del revival a suon di normalizzazioni armoniche e trasgressioni apparentemente intimidatorie, spunta dall’oscurità il secondo album degli Special Interest: un disco che ristabilisce priorità e urgenze del rock alternativo e dissidente.
“The Passion Of” più che un canto è un grido, uno tsunami emotivo saldamente ancorato su aguzze sonorità punk, un concentrato di perversione ideologica e di sentimenti puri che, più di altre proposte in chiave post-punk, anticipa una nuova stagione di rabbia e sorda rivoluzione. Granitiche sonorità industrial (“Passion”) agitano a tempo di disco-rave un misto grezzo di punk, techno e glam (“Passion”), passando dall’estasi di “Disco III” alla distruzione di “Don’t Kiss Me In Public”, con la stessa naturalezza con la quale il corpo spazia dallo sballo al coma.
Sesso e depravazione scivolano su ritmi destrutturati e ipnotici, ricchi di sinistra lascivia post-industrial, la fisicità diventa prodotto asettico involontario esibito a tempo di dance-rock-techno (“A Depravity Such As This…”), l’ordine e il controllo diventano unici fronti da combattere, mentre il battito della musica, sempre più ossessiva e minimale (“All Tomorrow’s Cary”), dona l’ultimo vigore a una ribellione che non ha più sete di libertà ma di spietata giustizia.
Meravigliosa e impertinente rappresentazione del disorientamento giovanile, “The Passion Of” procede come un rituale in bilico tra l’orgiastico e lo spirituale, costringendo l’ascoltatore a confrontarsi con un mondo di cui ha fatto parte e del quale sembra volersi estraniare per abbracciare uno stile di vita politically correct, poco ossequioso della natura umana. Il brio industrial-techno-punk di “Homogenized Milk”, l’acida trance hard-punk che corona il manifesto sovversivo di “With Love” e l’algida e tenebrosa cascata di synth e tempi ritmici di “Street Pulse Beat” sono un ultimo disperato tentativo di chiamata alle armi per una generazione giunta a un bivio.
Il secondo album dei Special Interest non è un altro tassello della scena post-punk da inserire con orgoglio in un’ipotetica collezione di dischi, è qualcosa di più del consueto discorrere tra passato e presente, è un nuovo capitolo di quella consapevolezza giovanile che già Throbbing Gristle, Pop Group, Teenage Jesus And Jerks e anche New York Dolls hanno tradotto in musica.
Dopotutto, il primo album della band si apriva con una versione punk/no wave dell’inno scritto da Nina Simone nel 1969 “To Be Young, Gifted And Black”, adottato dal movimento dei diritti civili e perfetta incarnazione della passione e dell’impegno sociale della band americana.
La musica degli Special Interest (nome rubato a un negozio di Dvd e Vhs porno e horror) è l’allestimento sonoro più riuscito e convincente di quella necrosi che ha trasformato la civiltà moderna in un incubo globale e claustrofobico, dal quale si può solo fuggire entrando nell’oscurità di anima e corpo, di sesso e ragione, ma sempre senza rinunciare alla passione.
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26/08/2020
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.