A sei anni di distanza da “I Will Be A Pilgrim“, Craig Fortman rimette in piedi il progetto collaterale alle scorribande con la North Sea Orchestra, Arch Garrison, ancora una volta in compagnia del fido James Larcombe.
“The Bitter Lay” è un altro viaggio ai confini della musica folk, una feconda contaminazione con post-rock, elettronica, classica e progressive rock, che vede protagonista, oltre al particolare stile chitarristico di Fortman, fisarmoniche, tamburelli, tastiere di particolare foggia e suono, come il dulcitone e la philicorda, il wind organ e un synth a pedale per la chitarra (mono synth).
Il canone culturale è quello della tradizione pagana e rurale, la stessa che diede vigore al folk-rock inglese degli anni 70. La musica è elegante, garbata. Uno spaccato temporale dove i costumi e gli usi delle antiche corti regali e le irriguardose metafore contemporanee si muovono in sincrono.
Strano a dirsi, ma l’album concettualmente più affine a “The Bitter Lay” è il tanto dibattuto progetto pastorale degli Xtc “Mummer”, non per affinità elettive o estetiche, quanto per la stessa giocosità con la quale i musicisti mettono in scena l’eterno conflitto tra realtà e inganni, tra vita e morte.
Il cristallino suono della chitarra con corde di nylon di Fortman conduce l’ascoltatore tra affreschi sonori medievaleggianti (“Like A Diamond Bright”), danze e madrigali giocosi maliziosamente ingannevoli (“The More I Know”) e pagine folk arcaiche e ancestrali intonate con il piglio di un menestrello ante litteram (“How Will The Green Things Grow?”).
Altre tracce sviluppano trame più elaborate e stilisticamente spurie: la natura permeabile delle title track fa si che le geometrie folk-prog si aprano a sonorità aspre e quasi blues, mentre per “The Bell Underground” gli Arch Garrison intingono un madrigale folk in sonorità liquide a base di prog e space-rock.
Non capita spesso di sentire un brano dove assoluto protagonista sia il suono della fisarmonica (“Lady Young Ghost”), ma in “The Bitter Lay” tutto è possibile, l’immaginazione corre senza freni, accordando tastiere baroccheggianti con arpeggi e virtuosismi che richiamano la scuola Canterbury scene (“Algae City”).
Il nuovo disco degli Arch Garrison è un progetto avant-folk di rara bellezza, tutto è minimale, essenziale, anche gli elaborati barocchismi sono gentili e discreti, un gioco di luci e ombre, un affresco dai toni pastorali, una fuga dall’asettica realtà urbana a suon di melodie naturali poco avvezze all’enfasi tecnologica e alla fruibilità fugace.
Sbaglia comunque chi pensa che Craig Fortman non conosca i segreti di una perfetta struttura armonica, valga ad esempio la soave ebbrezza country di “Open My Eye” (con l’ottimo Pete Aves alla pedal steel guitar), un brano speziato e romantico che suggella un album tra i più intensi e suggestivi del 2020.
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18/10/2020
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.