Ho dovuto controllare attentamente poiché io stesso stentavo a crederci: sono trascorsi quindici anni da quel “Morals And Dogma” che avrebbe chiuso idealmente una trilogia di pubblicazioni soliste firmate Helge Sten, alias Deathprod. E d’altronde avrebbe senz’altro potuto rappresentare il degno compimento di un espressionismo dark-ambient dalla solennità perentoria, quasi apocalittica. Il sound artist norvegese – membro stabile dei Supersilent – non è tipo da fare dichiarazioni superflue e infatti, a parte un secondo album collaborativo con Biosphere (“Stator”, 2015), fino a ora non ha avvertito alcuna necessità di perpetuare il moniker.
Non tutti saranno disposti ad ammetterlo, ma sono sempre più convinto che questo momento storico stia richiamando a gran voce la coscienza di tanti musicisti affinché possano darne una loro interpretazione o addirittura immaginare alternative possibili, contrastando l’imbarbarimento e il rovinoso destino cui sembriamo andare incontro a velocità sempre maggiore.
“OCCULTING DISK” non fa alcun riferimento alla realtà presente né ad altre istanze materiali, e anzi si rifugia nel più stoico anti-descrittivismo: ma quel nero, l’oscurità che aveva pervaso (quantomeno in spirito) tutta l’opera precedente è qui annullato nel bianco della copertina, e ciò rende se possibile ancor più netto il suo senso di “occulto”, ossia celato alla vista e alla comprensione.
È un’opera allarmante in ogni senso, a partire dagli otto minuti di “DISAPPEARANCE/ REAPPEARANCE”, letteralmente l’andirivieni di un mono-tono alla quale si alterna regolarmente il silenzio, come una fanfara che si manifesta dal nulla totale e a esso ritorna – un annuncio di sorda, inspiegabile eppure assoluta drammaticità.
A un ingresso così esplicito, anche in termini volumetrici, fa seguito una serie piuttosto lunga di echeggianti introspezioni elettroniche (“OCCULTATION”) che ne sono controparte e complemento: radiazioni di suono grezzo che oscillano nei toni adiacenti al bordone portante. Investigazioni sul nulla, per assecondare ancora una volta l’impressione dominante, e ulteriore maniera di negare l’esistente attraverso corpi sonori estranei che, semmai, ne rappresentano l’estrema e fantasmatica riduzione.
La permanenza prolungata in un questo sinistro e asettico non-luogo è interrotta dal ritorno improvviso del più ipertrofico noise: “BLACK TRANSIT OF JUPITER’S THIRD SATELLITE” è un’altra visione informe e accecante al confine con l’orrore lovecraftiano, finanche sublimante nella voracità con la quale si appropria dello spazio acustico e virtualmente ne straborda, ultimo slancio prima del riassorbimento nel vuoto pneumatico che la circonda – l’ottava e ultima “occultazione” che conduce al definitivo eclissarsi nell’ignoto.
Non c’è nulla di più inquietante di ciò che si sottrae all’interpretazione e a qualsivoglia mìmesis: così con il suo quarto album Helge Sten torna a ordire una radicale tabula rasa: un monito senza parole che risulta impossibile ignorare, benché non faccia appello alle coscienze quanto, forse, alla nostra stessa esistenza, qui e ora, al contrario di un non-essere che avanza inesorabile.
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28/10/2019
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Palozzo, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.