Per Éliane Radigue, decana della composizione sperimentale francese, tutti noi siamo immersi in un oceano di copiose onde sonore che legano il nostro pianeta, il Sole e tutti gli altri sistemi e galassie che costituiscono l’universo. È stata investita da questa vertiginosa illuminazione negli anni Settanta, periodo in cui ha abbracciato la pratica buddhista incoraggiata dal mentore Terry Riley, pensiero e stile di vita che hanno continuato a nutrire la sua longeva ricerca attorno all’ampio spettro sub-armonico celato nei toni continui.
A un lungo periodo di esplorazione incentrata sulle potenzialità acustiche del sintetizzatore modulare ARP 2500 è seguita, alle soglie del nuovo millennio, una fase di ritorno alla composizione (senza partiture) per strumenti classici – o meglio, per strumentisti in quanto persone e anime singolari, coi quali instaurare un rapporto di dialogo percettivo e reciproca accoglienza.
Just as with herself, Radigue does not ask the musicians she involves for particular talent, but for iron discipline, necessary to hear and recognize the microtonal particles derived from extended techniques, intonations and tunings that are sometimes imperfect or unorthodox, yet useful for probing the subtle filaments of an otherwise unreachable "endogenous" music; a virtuosity of patience, a care for sound sustained over time, giving rise to fully formed sonic bodies even within their apparent stillness.
“La semplicità è quanto di meglio ci sia”, si leggeva in un trattato del filosofo Guglielmo da Occam, che assieme alle molteplici forme dell’elemento acqua (oceani, torrenti, ruscelli sotterranei…) è l’ispiratore di questa serie senza termine prestabilito, aperta a qualunque musicista intenda prendervi parte con totale devozione. Rhodri Davies (arpa), Carol Robinson (birbynė, clarinetto) e Julia Eckhardt (viola), assieme alla violinista italiana Silvia Tarozzi, sono stati i primi a scegliere con Radigue un’immagine legata all’acqua che potesse rispecchiare l’immersione tra le pieghe nascoste dei loro strumenti.
A motivo dei presupposti teorici e della pratica intransigente adottata, i brani più affascinanti e rivelatori rimangono quelli per solista, capaci di trascendere la comune identità del medium sonoro e divenire casse di risonanza per le armonie che la compositrice aspira a raggiungere in senso assoluto, esteriore e interiore.
Il più efficace esercizio di riduzione è “Occam I”, dove l’arpa del gallese Davies viene utilizzata solamente su una corda di Re diesis, fatta vibrare con uno o due piccoli archetti; come nel corso dei millenni l’acqua ha definito i contorni di ciò che lambisce, così la stimolazione ininterrotta dello strumento opera una quieta e progressiva erosione che conduce il suono acustico a una biforcazione, producendo a tratti un effetto simile alle diplofonie del canto tuvano e degli estremismi vocali di Demetrio Stratos.
Più scarna e flebile “Occam III”, la meditazione di Carol Robinson al birbynė, strumento a fiato del folklore lituano: mantenendo un difficile controllo sull’intensità del soffio, la performer franco-americana raggiunge e alimenta acuti simultanei e indipendenti dalla nota centrale, tecnica simile alle perforanti distorsioni naturali del sassofono in ambito avant-jazz.
Principia in sordina anche la viola di Julia Eckhardt in “Occam IV” – sorta di aggiornamento del dittico scelsiano “L’Âme ailée / L’Âme ouverte” – solenne e maestosa nello spontaneo ampliarsi e diramarsi da una sola corda alla pienezza dell’accordo di Sol, soggetto in misura minima a screpolature nella non facile conservazione della tonalità originaria.
I brani in duo e trio, tuttavia, dimostrano con maggior evidenza le capacità di reciproco ascolto e comunanza nella definizione degli elementi acustici, come facce equivalenti di solidi geometrici perfetti, tracciati entro uno spazio acromo ove è possibile immaginare una prospettiva infinita e invisibile. In “Occam Delta II” il tremulo dialogo di clarinetto basso, viola e arpa, resi quasi indistinguibili, avvicina le avanguardie radicali di Antoine Beuger e dell’onkyo giapponese anelando a una mistica e sublime povertà.
Con la stessa coerenza che ha guidato gli anni di ricerca elettronica, Radigue giunge con Occam a una puntuale catalogazione del proprio pensiero musicale, un’estetica pura e primigenia nella quale alberga l’anima del suono artificiale, alfine pienamente ricondotto alla dimensione umana. Un compimento attraverso il quale l’etichetta parigina Shiiin dà avvio a una serie di pubblicazioni monografiche che si prospetta imprescindibile per chiunque sia interessato a sondare l’essere-tempo che costituisce il fulcro di molta parte della composizione sperimentale contemporanea.
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31/12/2017
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Palozzo, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.