CEVDET EREK - Davul

2017 (Subtext)
free improvisation

Una delle risorse più preziose attualmente a nostra disposizione in campo musicale – l’etichetta anglo-tedesca Subtext – non soltanto possiede già una linea editoriale unica e riconoscibilissima, ma ha forse individuato una speciale vocazione nel dar voce a una ricerca che si gioca sul crinale tra la vertigine del progresso (e del caos) digitale e il tuonare di un’eco primordiale, un richiamo solenne e irresistibile alle radici dell’espressione sonora.

Le due principali pubblicazioni di quest’anno sono legate tanto a una precisa idea musicale, quanto e soprattutto a una pratica, alla fisicità dell’acustica naturale: prima “Clear Stones”, la rivelatoria collaborazione di Oliver ‘FIS’ Peryman con Rob Thorne, specialista e sensibile interprete della tradizione Māori; appena un mese dopo, invece, l’esordio da solista di un altro performer a dir poco singolare, il percussionista Cevdet Erek.

Rappresentante nazionale al Padiglione della Turchia nell’ambito della 57esima Biennale di Venezia, Erek ha studiato da architetto e da sound designer, oltre ad aver guidato sin dai primi anni 90 la compagine prog-rock Nekropsi, alla batteria e altri tamburi.

Il suo primo album da solista porta il titolo del solo strumento ivi utilizzato: il davul è una grancassa utilizzata nella musica popolare di diverse regioni mediorientali, la cui particolarità sta nel poter produrre un suono estremamente grave e profondo e un altro più acuto e frammentato, sfruttando contemporaneamente le pelli sui due lati; a questo scopo Erek utilizza un mazzuolo con battente in feltro nella mano destra e nella sinistra una bacchetta sottile che rimbalza sulla superficie vibrante, la distanza dalla quale è controllata in modo intermittente.

Le variazioni su questa tecnica perfezionata dall’artista di Istanbul sono l’unica cosa che si potrà ascoltare, ma con la giusta attenzione il battito costante si rivelerà essere tutt’altro che ripetitivo, e anzi frutto di uno sviluppo libero e irregolare di pattern complessi ed estremamente controllati.

Il carattere senza tempo di questa eco ancestrale, tuttavia, sembra da ultimo ricongiungersi sinesteticamente al moto ossessivo dei moderni macchinari industriali, un possente ruggito artificiale su cui il microfono pare effettuare un close-up vieppiù inquietante (“Dicycles”).

Una prova d’ascolto non facile e decisamente perturbante, ma che nello strenuo mantenimento del suo ritmo atavico si direbbe conduca a una graduale perdita di coscienza del sé, nel suo esecutore come in chi ne fruisce (con un impatto poco inferiore) su disco. Va comunque detto che senza un buon subwoofer il vostro tempo sarà sprecato in partenza.

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22/11/2017

This article is an English translation of the original Italian text by Michele Palozzo, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Heal
  2. 2. Flow 1
  3. 3. Flow 2
  4. 4. Prepare
  5. 5. Kirast
  6. 6. Walnut Interlude
  7. 7. Dicycles

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