Dopo ben nove anni, l’esordio dei Chemistry Experiment trova finalmente un seguito: la band di Nottingham (da non confondersi con l’omonimo gruppo fondato da Archie Girlschool e Carlton Wokesley nel 1987) aveva gettato l’amo del progressive rock nel tumultuoso e variopinto mondo dell’indie-rock, senza più dar seguito all’azzardo ideologico di quella serie di Ep che dal 1999 al 2005 diedero vita a un esiguo stato di cult-band.
In verità il songwriting avvolgente in stile country-folk urtava non poco la sensibilità dei seguaci del prog più classico, altresì le aperture orchestrali e sinfoniche di brani come “Thoughts On Gravity”, “Good Morning” non suonavano gradite a chi indugiava nel sottobosco indie in cerca della nuova rivoluzione rock. Il tono pastorale della loro musica è comunque il frutto di anni e anni di evoluzione della musica inglese: gli echi dei Moody Blues o dei Pink Floyd di “If” o “Summer ‘68”, le pagine più tenere dei King Crimson e dei Soft Machine, gli stralunati frammenti di poesia sonora alla Kevin Ayers, l’ingenuità dei Barclay James Harvest e la decadente teatralità dei Tindersticks si fondono in un bipolarismo sonoro affascinante e ricco di sorprese. Non è improbabile comunque che in “Gongs Played By Voice” troviate tracce e residui di musica americana, soprattutto per quel registro vocale alla Kurt Wagner di Steven J. Kirk, e alcune canzoni che sembrano rubate alle contaminazioni sinfonico-orchestrali dei Lambchop di “Mr M”.
A questo punto corro il rischio di confondere forse un po’ le idee del lettore, ma è un imbarazzo che le prime note di “Hung Lam” trascineranno subito via: la splendida e avvolgente ballata folk dai tratti leggermente psych e prog non lascia spazio che allo stupore. Quando flauto e mellotron introducono “Rainy Day”, ecco che la magia del Canterbury sound e del freak-folk anni 70 si impossessano della fantasia dell’ascoltatore.
Ed è un susseguirsi di sorprese il secondo album dei The Chemistry Experiment, tra incroci di Pink Floyd e Morricone (“Leo & Magician”), evoluzioni liriche alla Camel (“Jandek Bakery”), romanticherie su arie di mellotron da perfetto manuale prog (“Channel Light Vessel”), improvvise virate verso un pop bislacco e surreale (“The Event And The Experiment” ) e pagine di cantautorato dal tono maudit in bilico tra Leonard Cohen e Will Oldham (“Story of Isaac”).
“Gongs Played By Voice” è in verità un’immensa ameba, un blob dove anche le suggestioni più fragili si rigenerano e danno vita a un pregevole insieme sonoro. Senza dubbio i The Chemistry Experiment hanno messo in atto la lezione del progressive-rock con un‘accezione ancor più ampia, che riesce a rendere godibile il country ai fanatici del rock classico con la trascinante “We Have Seasons“, e le dilatazioni delle vecchie suite ai discepoli dell’indie-rock-cantautorale, attraverso i ben nove minuti di “A Good Wind”, che tra linee di basso rock’n’roll, ritmiche quasi jazz e folk rinascimentale, chiude l’album lasciando una gradevole e rimarchevole sensazione di freschezza e genialità creativa.
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18/01/2015
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.