Il percorso dei Bohren & Der Club Of Gore ha seguito nel corso degli anni un processo di progressiva astrazione di ogni sistema empatico-comunicativo, arrivando con i recenti “Dolores” e, soprattutto, “Geisterfaust” a ridurre ogni schema a particelle fluttuanti nel vuoto più nero e rintronante. Per rendere l’idea con un’immagine abusata ma qui più che mai necessaria: la red room di Twin Peaks evacuata da ogni personaggio e un fermo su quel tendaggio rosso sangue, calato probabilmente a dissipare un banalissimo nulla, ma a cui piace pensare come foriero di un qualche perverso intrigo di provincia.
Sempre “Dolores” però allo stesso tempo impostava il discorso in una forma diversa, arrangiando ogni elemento in maniera corale, ultimando il trapasso del quartetto da band fondamentalmente dark-ambient a jazz ensemble. Ancora come da tradizione Bohren, valida naturalmente anche per questo “Piano Nights”, i cambiamenti si configurano come alterazioni di umore impercettibili, conservando sempre al nocciolo l’impianto di base della ricetta: ballate lugubri per alienazioni notturne, severa colonna sonora per pellicole retrò, commento melanconico a metropoli bagnaticce. In altre parole, chi ha finora mal digerito i toni tetri e i movimenti in lentissimo dei Bohren, difficilmente cambierà opinione grazie a “Piano Nights”.
Eppure, se per certi versi “Piano Nights” si presenta indubbiamente come “il solito disco” dei B&DCOG, d’altra parte la differenza di carattere salta subito all’orecchio, più precisamente un’inedita leggerezza delle composizioni, un procedere garbato e meditabondo per frasi di vibrafono e chiose solitarie di sax. Più che oppressione, la parola chiave è ispirazione.
Were one forced to pick one or more tracks from the batch, the choice would probably fall on the sprawling, deeply profound "Ganz leise kommt die Nacht", the introverted blues of "Unrasiert", and the long requiem of "Verloren" – performances that have little or nothing to envy in the collective's finest historical episodes.
Se è vero, insomma, che “Piano Nights” non sconvolge il modello assodato del quartetto, sarebbe difficile, per non dire ingiusto, liquidare il disco come una stanca fotocopia di una qualsiasi produzione precedente, tentazione che sarebbe giustificabile solo a un ascolto distratto e pregiudizioso. La vocazione noir di Gass e soci ha trovato la dimensione perfetta in cui lasciar fluire a braccio sciolto immagini e sentimenti, con l’oculatezza del mestiere ma non il vezzo del fine a se stesso.
Un altro, superbo, colpo di classe.
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12/02/2014
This article is an English translation of the original Italian text by Roberto Rizzo, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.