Le strade deserte di una notte di fine aprile, quando le temperature consentono di rincasare a passo tranquillo, con la mente perduta a meditare e congetturare per le proprie, di vie, offrono probabilmente il miglior background in cui inserire concettualmente l’opera seconda di Haxan Cloak, il progetto di Bobby Krlic, tra i più chiacchierati dell’ultimo biennio, almeno nel micro-universo electro-dark. Percorsi di periferia che hanno come unico soundscape, il silenzio, passi e clangori sparuti, ad inquietare velatamente lo spirito del viandante di turno.
Più asciutto e snello rispetto al già ottimo esordio, “Excavation” ha le sue poche linee-guida nell’essenzialità, nei vuoti, nelle angosce occulte e palesi, per tutto il resto, dimenticate ogni cognizione di limpidezza e linearità. Ma anche ogni rassicurante etichettatura stilistica: per quanto i riferimenti nel genere, infatti, abbondino facili facili (Raime, Demdike Stare), Haxan Cloak declina quell’estetica in maniera del tutto personale, aprendosi a incursioni diverse e, soprattutto, imprevedibili.
In luogo del polveroso abbandono post-industrial cui i summenzionati ci hanno piacevolmente abituato, il thriller di “Excavation” si consuma tra le paranoie psichiche, più inaccessibili e possibilmente ancora più ansiogene. La musica di Haxan Cloak, in questo senso, non è mai nichilismo, quanto piuttosto brancolare a tentoni nel nero-pece dei viluppi mentali, al netto di segnaletica e uscite di sicurezza.
Non è poi tanto inappropriato pensare ai Massive Attack di “Mezzanine”, quando parte la prima suite, la titletrack, un pulsare sinuoso e isolato, assorbito solo da droni sgranati e voci-fantasma e che finisce deturpato mostruosamente nella seconda parte.
Ancora voci e beat che arrivano quasi solo in risonanze e spasmi epilettici (“Miste”) e ci ritroviamo in una disposizione tutta diversa, ancora più spartana: l’eleganza semi-cameristica, krengiana, di “The Mirror Reflecting”, un nulla talmente pesante da essere destinato solo alla deflagrazione, come di fatto avviene nella splendida chiosa abbagliante e metallica, quasi melodica.
Un’altra oscura pulsazione, questa volta cutanea, serpeggia in “Dieu”, posando perversamente su una scenografia neoclassica, fino alla terza e ultima suite, l’ubriacante “The Drop”, una visione aperta, l’illusione di una luce in fondo al tunnell psicologico, ottenebrata da droni e colpi fino a dileguarsi nuovamente nella cacofonia più austera ma non meno seducente.
Termina così, quindi, “Excavation”, bigio, svoltando semplicemente a sinistra, senza neppure concedere il sollievo di un colpo di scena o di un appiglio qualsiasi. I nodi mentali sono irrisolti. Anzi, moltiplicati: cos’è che vediamo ora in copertina, una fune, una goccia o del liquido biologico al microscopio? Le soluzioni potrebbero celarsi forse in un’altra, ennesima, riproduzione.
Ancora marciando incerti sulla vostra strada, siete liberi a questo punto anche di cedere alla tentazione di voltarvi. Potreste pure scoprire che quel cigolio foriero di nefasti presagi erano gli artigli di un gatto intento a curiosare nella pattumiera.
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17/04/2013
This article is an English translation of the original Italian text by Roberto Rizzo, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.