"Looping State Of Mind" spiazza così gran parte della platea. Willner riduce all'osso qualsiasi ripartenza technoide. Ora il suo intento è appagare i sensi anestetizzandoli attraverso loop continui e dimessi, avvalendosi in diverse occasioni di pachidermiche piroette elettroniche.
La ripetizione dei suoi costrutti giace in uno stagno di reflussi armonici, mentre i bpm diminuiscono e risultano dosati a gocce, controllati dall'alto di una nuova armonia interiore. A rimarcare gli aspetti di questa improvvisa mutazione sono l'ipnosi hebdeniana di "Burned Out", il trotto estatico di "Arpeggiated Love" e la struggente malinconia di "Then It's White".
In netta contrapposizione all'umore pacatissimo del disco, è possibile intuire in coda le frattaglie elettriche roteanti di "Sweet Slow Baby", fatte vibrare su un morbido tappeto ritmico che non ne vuole sapere di cambiar direzione, o la riuscitissima "It's Up There", unico vero momento in cui Willner torna a mordere i sensi con calore quasi discotecaro.
Scusate se è poco.
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15/10/2011
This article is an English translation of the original Italian text by Giuliano Delli Paoli, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.