Arriva da lontano, la banda: da un tempo in cui il dollaro era giovane e l’anno era ancora nuovo. Arriva suonando una marcia per il giorno del giudizio: ottoni, grancassa, cori di voci ebbre. Ha la folle allegria di chi sa di non avere nulla da perdere, ha l’intima tristezza di un animo sempre incompiuto.
A due anni dal suo mercoledì delle ceneri, Elvis Perkins si riscopre a capo di una banda di musicanti dallo spirito nomade. Più una famiglia, in realtà: Wyndham Boylan-Garnett, alle tastiere, è come un fratello per lui, fin da quando le loro madri hanno fatto l’una all’altro da madrina; Nick Kinsey, alla batteria, è da sempre il migliore amico di Garnett; Brigham Bough, al contrabbasso, è un vecchio compagno di scuola di entrambi. “Elvis Perkins In Dearland”, così hanno deciso di battezzarsi: un nome che sembra il titolo di un racconto fantastico, la destinazione di un viaggio immaginario. Insieme a loro, l’intimismo del folgorante esordio del songwriter americano, “Ash Wednesday”, si veste di una nuova visceralità, lasciandosi alle spalle le sofferenze del passato senza rinunciare alla propria cognizione del dolore.
“I don't like the term folk-rock”, Perkins says about the music that grew for months on stage alongside his fellow travelers. “I prefer to talk about folk and roll, it better describes the band's experience”. And so his voice sways over the organ-and-harmonica blend of “Shampoo”, dancing with the echo of the classic “Black Is The Color (Of My True Love’s Hair)” over a resolute, sinuous rhythm: “Black is the color of my true love’s arrow, just the color of my blood”.
L’incalzare delle percussioni di “Hey”, con Becky Stark dei Lavender Diamond ad accompagnare il canto di Perkins, acquista il sapore arrembante dei Beirut; l’ardore febbrile di “I Heard Your Voice in Dresden” assume le sembianze di un gospel declinato alla maniera degli Okkervil River; ma è la trascinante sagra di “Doomsday” a segnare in maniera indelebile lo spartiacque rispetto al passato, affidandosi a una fanfara da funeral band ed al vibrare serrato del contrabbasso.
L’opera prima della banda di Perkins si arricchisce di spessore con l’ausilio della produzione di Chris Shaw, già al fianco di Jeff Buckley, Wilco e dell’ultimo Bob Dylan (con cui ha vinto un Grammy per “Love And Theft”). “C’è uno spettro sonoro ed emotivo più ampio”, riconosce Perkins stesso. Dall’intensità melodica di “Chains, Chains, Chains” sembra così quasi naturale passare al blues spigoloso dalle reminiscenze waitsiane di “I’ll Be Arriving”, tra un addensarsi d’organo ed un colare di ottoni marchiati dal timbro tagliente della voce.
Per ritrovare i chiaroscuri di “Ash Wednesday” bisogna rivolgersi alla cullante “Hours Last Stand” o al pellegrinaggio solitario di “Send My Fond Regards To Lonelyville”, con un violino zingaresco e uno sbocciare di fiati a condurre attraverso strade popolate di lingue biforcute, sovrani ciechi, inni silenziosi e prismi di lacrime.
The specter of the end of time hovers over Perkins' lyrics like a sign of human mortality, from the fervent final dance of “Doomsday” to the eschatological visions of “I’ll Be Arriving”: “I’ll be arriving ‘til the day I die, when the golden chair it comes down from the sky”. The fate of history is the fate of the present instant: it is given meaning by the spark of eternity that animates the closing of “How’s Forever Been Baby”: “I would bury it in ice for all of eternity to see how’s forever been baby”.
La vita è un soffio fugace, appena il tempo di contare fino a tre e sussurrare un addio. “123 goodbye, I love you more in death than I ever could in life”. Quella scintilla non si arrende nemmeno di fronte al calare della notte: sembra sopraffatta dall’oscurità, ma il suo riverbero è già l’inizio dell’alba.
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10/03/2009
This article is an English translation of the original Italian text by Gabriele Benzing, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.