Uulliata Digir è il nome di una band death-metal nata nel 2019 nella città di Poznań, in Polonia. Il gruppo è composto da sei membri: a chitarra-basso-batteria si aggiungono sintetizzatori, tromba e due voci. La loro musica combina ritualistico e bestiale, usando a questo scopo un intreccio di metal progressivo con prestiti dark-jazz e math-core installati su uno scheletro death-metal. Questo esordio omonimo è un album esoterico, ostico e imprevedibile, ricco di atmosfera e contaminazioni.
Il disco contiene soprattutto due brani colossali. “Myrthys” si estende per 15 minuti e mezzo, evolvendo dai clangori metallici dell’introduzione, attraverso sferragliate di chitarra e trombe tragiche, in un post-metal della tensione, avvelenato da un growl minaccioso. È un rituale oscuro, dove interviene una voce da sacerdotessa per un amplesso blasfemo. La materia sonora rimane instabile, dissonante e mutante, con vertici di caos ma anche lunghe distensioni che uniscono clangori lugubri a trombe Hassell-iane. Prima del dodicesimo minuto inizia, di fatto, un nuovo brano, che conclude il discorso iniziato dal precedente: il rituale ricomincia, tra ripetizioni ossessive e urla laceranti, prima di esplodere in un death-metal più dritto, ghermito da bave di rumore e incorniciato da trombe distanti, e sfumare in un silenzio tensivo.
“Eldrvari”, della durata di 15 minuti, ha un inizio molto più astratto, vicino al rumorismo elettroacustico, poi si scopre uno sludge-metal invasato; le due anime vengono riunite in una pasta sperimentale, che unisce ancestrale e digitale, stralci fusion e assalti death-metal. A metà rimane solo la voce di Julita Dąbrowska, attorniata da riflessi cosmici: è una preghiera solitaria che anticipa un più brutale assalto death-metal. È sempre la cantante a segnare la svolta finale, quando canta disperata mentre Michał Sosnowski bofonchia invasato, portando a un decrescendo finale tra glitch galattici.
Ai colossi appena descritti si affiancano due brevi interludi e “Omni Dirga”, un canto di guerra declamato con intensità tragica, mentre impazza un vorticoso death-metal dissonante, con interventi vocali da possessione demoniaca ed eterei vocalizzi fiabeschi. Il finale connette free-jazz, djent e death-metal in un climax da infarto.
Se le due voci spiccano nel sestetto, per il contributo eterogeneo e caratterizzante, è rilevante anche il ruolo del basso di Bartłomiej Kerber, nonché il triplice approccio ritmico di Krzysztof Kulis, diviso tra asimmetrie jazz, bombardamenti death-metal e labirintiche soluzioni math. Gli ottoni di Bartłomiej Kerber possono ricordare le avventurose composizioni dei Neptunian Maximalism ma anche certi Imperial Triumphant, con un taglio più mistico e malinconico. Le chitarre sono praticamente gli unici elementi che praticano una più leggibile sintesi di estremismi rock e metal. “Uulliata Digir” funziona però nel suo insieme, come ciclopica sintesi tra inferi e cielo, ancestrale e ipertecnologico. Tanto efficace da poter ambire, nell’ambito del metal estremo più eterodosso, a diventare un album di culto.
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25/02/2025
This article is an English translation of the original Italian text by Antonio Silvestri, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.