Max Cooper applica lo stesso rigore metodico delle sue origini scientifiche alle produzioni, incrociando il cerebralismo IDM con un sentimentalismo che richiama Sigur Rós e Jon Hopkins. “On Being”, pubblicato su Mesh, è un mosaico di microsuoni che riecheggia Akufen e la scuola glitch, intrecciando texture e riverberi in una stratificazione sofisticata. L’opera esplora percorsi tenuti insieme da un principio guida preciso: l’aspirazione alla grandezza, la volontà di evocare un immaginario cinematico, come se ogni istante fosse incastonato in un’esperienza straordinaria.
Per quanto le granulazioni digitali, le armonie diafane e le manipolazioni di strumenti acustici e digitali siano ben calibrate (“I Am In A Church In Gravesend Listening To Old Vinyl And Drinking Coffee”), il risultato è un’opera che sembra spiegarsi da sola, sottolineando con eccessiva insistenza il proprio statuto di creazione profonda e sublime. Abbandonate le pulsioni tech house degli esordi, Cooper punta a una scrittura liquida, abbracciando una sintassi melodica ampia dai contorni eterei.
Le strutture si dissolvono, le kick drum cedono il posto a synth in dialogo, componendo un flusso ininterrotto di suggestioni, quasi a voler musicare un paesaggio interiore. Con tutta la pretenziosità che ciò può comportare. Come se fosse lo stesso Cooper a voler persuadere l’ascoltatore della grandezza di “On Being”, lasciando un’impressione di imponenza programmata, più dichiarata che percepita. Sorprendentemente innocuo di fronte all’immensità della scuola progressive che intende evocare.
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30/03/2025
This article is an English translation of the original Italian text by Alessandro Giustiniano, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.