EDDA - Messe sporche

2025 (Woodworm/universal)
alt-rock, songwriter

Da frontman di una delle band più rappresentative della scena milanese degli the '90s (i Ritmo Tribale) a operaio sui ponteggi, passando per crisi di coscienza, abusi di sostanze e viaggi in Oriente alla ricerca di una nuova consapevolezza, fino alla rinascita come cantante e autore visionario e stravagante.

Le mille vite di Edda sembrano ora essersi assestate su una carriera solista solida, giunta alla sua settima prova con “Messe sporche”.

A tre anni dalla mistica intensità di “Illusion“, dopo il pop obliquo di “Fru Fru” e le suggestioni wave-elettro di “Noio; volevam suonar” (a nome “Edda e Marok“, insieme a Gianni Maroccolo), Edda in “Messe sporche” torna a un rock più diretto e istintivo.

Con il fidato Luca Bossi — che cura tutti gli arrangiamenti e, in questo album, collabora con il vulcanico Stefano Rampoldi anche alla composizione — “Messe sporche” rappresenta un ritorno alle origini, allo stesso terreno che aveva segnato gli anni dei Ritmo Tribale e riaffiorava già in alcuni episodi della produzione solista, come “This time, how will you kill me?”.

Emergono rimandi agli idolatrati Verdena in “La Diavoletto”, pillole di rock sudista in “5 meno meno”, spruzzate di punk compresso in “Belisotta” e, per stessa ammissione dell’autore, una citazione della Formula 3 in “Mucca rossa”.

L’indole rock, diluita in gocce di psychedelia, prende la forma di un urlo liberatorio in “Giorni di gloria”, che suona come un inno alla reazione collettiva, anche se l’autore dichiara di raccontare soltanto la storia di una commessa licenziata dall’Ovs.

Quando il rock sembra farsi da parte, affiorano i momenti più pacati di “Messe sporche”: “Ezechiele”, dal respiro cantautorale e in continuità con Illusion, e “Macchia”, probabilmente il brano più riuscito del disco, in cui un Edda ispirato e riflessivo costruisce una raffinata creatura musicale dal finale esplosivo, tra fiati cupi e acuti elastici che confermano la sua voce come strumento emotivo e imprevedibile.

Fin dall’immagine di copertina, che ritrae un paio di mutandine femminili indossate, da cui il titolo “Messe sporche”, l’opera si presenta come un vortice che trascina nel mondo di Edda: un universo attraversato da ironia spiazzante, testi surreali e libertà assoluta d’interpretazione, un anarchico flusso di coscienza privo di qualsiasi vincolo di politically correct.

Non mancano le citazioni di vecchi feticci della cultura pop italiana (“Lavo meglio del Dixan”, “Sapientino clem-clem, le parole che sai non le ascolta più nessuno”, “Trenini Rivarossi entrano nella grotta”), le provocazioni libertarie (“Prostituzione obbligatoria”, “Religione senza storia”, “Foto obbligatoria degli organi genitali”), le invettive contro i colleghi (“Fedez non è Hegel”) e la convinzione che le Gibson possano perfino esorcizzare rapporti di coppia logorati (“Portami a letto la Diavoletto”).

Pur meno sorprendente del precedente Illusion e con qualche momento un po’ caotico, “Messe sporche” richiede più ascolti per rivelarsi appieno, ma conferma la singolarità di Edda: un artista inquieto e bizzarro, capace di trasformare le sue fragilità e visioni in canzone. Un autore che appartiene a una specie rara, bisognosa di tutela e protezione, per la sua libertà creativa e la sua irripetibile inusualità.

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17/10/2025

This article is an English translation of the original Italian text by Lorenzo Montefreddo, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. La Diavoletto
  2. 2. Giorni di gloria
  3. 3. Dixan
  4. 4. Mucca rossa
  5. 5. Family day
  6. 6. 5 meno meno
  7. 7. Belisotta
  8. 8. Ezechiele
  9. 9. Macchia

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