There’s a time to cry, there’s a time to fold
There’s a time for holdin’ on and to let it go
There’s a time to run to the arms of hopе
And the day bursts wild and open
“Play” arriva quando Ed Sheeran è ancora uno dei cantanti più ascoltati al mondo su Spotify. È il primo di una pentalogia che dovrebbe replicare dei segni matematici (“+“, “−“, “=“, “÷” e “×”) con cui è diventato uno dei cantanti pop più famosi degli ultimi decenni. Arriva dopo il capitolo folk di “Autumn Variations” (2023) ed è un ritorno al pop mainstream da grandi concerti, che funziona in radio e nelle cuffiette come allo stadio.
Su questo cambio di sound sembra giocare con un pizzico d’autoironia “Opening”, presentata da una chitarra acustica e con la voce nuda in primo piano, salvo poi evolversi in un rap serrato e introspettivo. È una credibile apertura per i live e il brano più elaborato dell’album.
Dopo, Ed Sheeran ricomincia però a spingere sulle hit planetarie, a partire da “Sapphire” e il suo pop da ballare con ammicchi punjabi e proseguendo con “Azizam”, un electropop da Dua Lipa con prestiti persiani.
A queste concessioni più meticce, a cui si aggiunge anche “Symmetry”, si alterna il più canonico folk-pop malinconico e nostalgico “Old Phone” e quello ai limiti del patetico di “Camera”, buona per un matrimonio non particolarmente originale. “In Other Words” non è meglio, caramellosa fino alla carie e terribilmente banale nel contenuto: la partner tratteggiata nella canzone ride e piange, bacia e urla, ha dubbi e speranze… insomma, potrebbe essere chiunque.
È chiaro che Ed Sheeran, pur con qualche nuova spezia etnica, cucina sempre le stesse pietanze: canzoni pop ora ballabili ora lacrimevoli, ora grandiose e ora intime. Precise, ordinate, professionali senza dubbio, ma con pochi tocchi creativi e troppo mestiere. Da entità tentacolare del pop, presenzia il segmento cerimonie e quello stories, le discoteche e il falò sulla spiaggia, proponendo una vasta gamma di soluzioni musicali ad ogni esigenza. Persino un ballo romantico, con “The Vow”: viva gli sposi!
Più che un album, “Play” è quindi un campionario pop senza spigoli e con poche sorprese. Se dev’essere una pentalogia così, direi più stop. Per favore.
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12/10/2025
This article is an English translation of the original Italian text by Antonio Silvestri, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.