In un mondo virtuale e non, dove tutti sputano la propria sentenza (spesso mai argomentata) su qualsiasi materia di dibattito, i Dish-Is-Nein rappresentano un fronte di minoranza sovversiva, poiché parlano soltanto quando è necessario. Come lucciole che stanno tra le tenebre o come degli eremiti sulla cima di una montagna, ogni tanto tornano tra la folla per raccontarci la loro funesta visione della realtà. Una visione provocatoria, a tratti dissacrante, da sempre lucida nel saper leggere con estrema intelligenza e onestà intellettuale i mutamenti di un’epoca di apparente benessere e felicità.
La linea verticale che dai Disciplinatha ci ha condotti fino alle inattese sei tracce dell’omonimo (notevole) “Dish-Is-Nein” del 2018, oggi ritrova vigore grazie a un album dal titolo programmatico. È una festa amara, quella del nostro caro Occidente, un non-luogo popolato da troppe persone convinte della superiorità morale e materiale del proprio impero di appartenenza.
Dario Parisini, scomparso quasi tre anni fa, non c’è più, ma la sua assenza oggi ha il sapore di una viscerale presenza, considerando che Cristiano Santini ha deciso di non sostituirlo in alcun modo. Questo è un disco senza chitarre.
Accanto a lui, il gradito ritorno di Roberta Vicinelli (già nei Disciplinatha nel corso dei 90s) e l’entrata definitiva in formazione di Justin Bennett, batterista americano di stanza in Italy con un passato negli Skinny Puppy. Ne deriva un sound di pura matrice electro-industrial, una peculiarità che non sopprime in alcun modo l’anima rock-iconoclasta da sempre cuore pulsante del progetto un tempo Discliplinatha. Un percorso controverso (e da alcuni mal digerito) capace di collocare la band come la risposta italiana più autentica e cangiante a quanto proposto dagli imprescindibili Laibach in terra slovena.
Il primo singolo estratto dal lavoro, “Stato di massima allerta”, ne è la prova più tangibile: la voce di Cristiano Santini non sarà marziale come quella di Milan Fras, ma gli umori non sono poi così distanti da quelli già assaporati in “Eurovision”. Un baratro annunciato, un continente che cade a pezzi, il potere che sorride, concede e reprime con la stessa mano. Mentre noi, con la schiena piegata, ci facciamo andare bene tutto. Citando l’opera più celebre di Étienne de La Boétie, è un discorso sulla servitù volontaria.
Sensazioni che ritornano nell’alienazione dell’individuo cantata in “Superfluo”, un brano che attraverso il nichilismo e la rassegnazione ci conduce tra le braccia di un epilogo-marcia funebre, l’estremo saluto a Dario in una società vestita a lutto (“tu invece, quanto manchi, amico mio”).
Every composition is a jab, a sharp blow. "Occidente" fires point-blank at the hypocrisy and decline we're witnessing ("Occidente, il niente. Un bancario, non più un uomo, un sudario. The fight against patriarchy, cocaine, NATO"). A globalist binge that regenerates itself in paradox (the memorable electronic chill of "Asylum," complete with a nod to "Still You") and that unleashes the blackest disillusionment ("Dove il buio si muove"). Apocalyptic undertones of which we're helpless spectators: we listen in silence, in the place of our exile, where we watch with clarity as this imminent cataclysm unfolds.
This bleak picture is rounded out by the understated "Le voci del silenzio" and by a successful, deeply personal tribute to the Beatles (the lysergic controversies of "Lucy In The Sky With Diamonds"), where we again find the Coro Monte Calisio and an apathy that turns into neurosis, because drugs are never an escape, let alone a solution.
“Occidente (A Funeral Party)” rappresenta un buon ritorno per i Dish-Is Nein, un disco di valore forse (se vogliamo cercare il pelo nell’uovo) eccessivamente incastrato all’interno di uno schema compositivo piuttosto rigido, dunque meno diversificato rispetto alle precedenti esperienze. Tuttavia, questa omologazione risulta addirittura in linea con un algido messaggio ormai estraneo a ogni forma di lotta e di speranza. In effetti, siamo pedine all’interno di un sistema irreversibile (“il mio ottimismo si fonda sulla certezza che questa civiltà crollerà. Il mio pessimismo su tutto ciò che essa farà per trascinarci nella sua caduta”, scriveva Guy Debord). Parole che potrebbero riassumere alla perfezione il pensiero dei Dish-Is-Nein targati 2025.
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25/03/2025
This article is an English translation of the original Italian text by Paolo Chemnitz, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.