La title track mette subito in chiaro le coordinate: basso tagliente, percussioni martellate come in un sotterraneo industriale e un synth che sembra emergere da un archivio di memorie spezzate. Il pattern si ripete in “Niets Te Zeggen”. Ritmica secca, chitarre cavernose e una linea melodica che conosciamo già, come se fosse stata incisa nella nostra mente quarant’anni addietro. Ed è proprio questo il limite e al tempo stesso il fascino del disco, perché tutto è costruito con grande cura ma nulla sorprende davvero.
“Onschuld” è un album impeccabile nella sua dedizione alla tradizione, al punto da risultare spesso simile alla materia Cure. Dalla produzione alla copertina, tutto sembra aderire a un modello già prestabilito. Gli arrangiamenti funzionano, i brani sono curati, ma manca il passo che trasforma una buona citazione in una voce autonoma. Per i conoscitori del genere non c’è sorpresa, il disco riporta fedelmente in vita atmosfere vissute decenni fa. Tuttavia, per chi si affaccia adesso al lato ombroso della coldwave europea, questo potrebbe diventare un punto d’ingresso solido, sulla scia dello spirito goth più malinconico.
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04/12/2025
This article is an English translation of the original Italian text by Ljós Berinn, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.