Ho scoperto i Charlatans solo di recente; sapevo del loro successo nel Regno Unito all’epoca del britpop the '90s ma non avevo approfondito l’ascolto, concentrato come ero sugli Oasis e i Blur. Grazie alla lettura del libro “Britannica (dalla scena di Manchester al britpop)” mi si sono spalancate le porte di una band strepitosa che segnò quell’epoca con una presenza particolare: i Charlatans si collocano infatti nella fase di passaggio dal suono Madchester – la scena popolata da Stone Roses, Primal Scream e Inspiral Carpets dedita alla musica per ballare e sballare tra chitarre ed elettronica con centro a Manchester – e l’esplosione britpop con una generazione di musicisti dediti a un rock chitarristico debitore degli the '60s e ispiratore di una grandeur britannica.
La band di Tim Burgess ha quindi goduto dell’energia della prima fase e dell’ispirazione gloriosa della seconda con album memorabili come il primo “Some Friendly” (1990) e opere mature e di grande successo come “Tellin’ Stories” (1997) che li lanciò nell’olimpo britpop. Col passare degli anni Tim Burgess ha sentito il bisogno di libertà espressiva e i Charlatans sono andati oltre, facendo la musica che a loro piaceva di più, superando tra l’altro la morte di due importanti membri fondatori della band.
Questa conoscenza compressa ha creato un cortocircuito di aspettative: sono rimasto folgorato dall’energia e dalla freschezza di una band di venti/trentenni, mentre i Charlatans sono tornati nel 2025 semplicemente con l’aspettativa di suonare la musica che a loro piace e che rappresenta dei maturi quasi sessantenni. Mi aspettavo quindi tanto, forse troppo.
“We Are Love”, uscito per Bmg e prodotto da Blood Orange, è semplicemente un inno all’amore e riflette il suono attuale della band. È il risultato di un equilibrio personale e di una maturità stilistica che rimane sorretta dall’incrocio di chitarra e tastiere e dalla tipica voce di Burgess, ma che punta sulla melodia e sulla morbidezza del suono. Abbagliato dal cortocircuito, ho apprezzato subito l’iniziale “Kingdom Of Ours” con linea di basso e voce effettata in primo piano, seguita dalla base ritmica e da un ritornello in crescendo che diventa un inno quando sale di tono. Brano intenso ed energico, l’inizio migliore. Che prosegue con “We Are Love”, brano tirato in cui le chitarre creano intarsi alla Johnny Marr, mentre il ritornello ricorda le ultime prove dei Ride, band vicina a Burgess. Il brano è il modo più chiaro per esprimere il fatto che siamo fatti d’amore e in un mondo pieno di cinismo a questo ci dobbiamo aggrappare per sopravvivere.
"Many A Day A Heartache" is the Britpop track, with a chord progression reminiscent of Oasis and minor-key tension giving backbone to the refrain. The interplay between the hammond organ and the devastating guitars gives rise to a thrilling track.
Then, though, the artist's own expectations come into play, and the album shifts speed and intensity: "For The Girls" is a delicate ballad dominated by melody and a folk-rock groove in which the organ calls the shots. Pleasant but not especially engaging. The slow pace of "You Can't Push The River", with its off-beat riff and its big-ballad melody, lowers the energy level even further. "Deeper And Deeper" sits halfway between an already-heard pop-rock and the most predictable kind of Britpop, with a weak chorus that fails to grab. The album then continues pleasantly, without ever reaching the level of the first three songs.
Esco così parzialmente deluso dall’ascolto, con la consapevolezza che i Charlatans adesso sono questo e che comunque siamo ad alti livelli. E poi in quest’opera conta il messaggio: è arrivato il momento di puntare sull’amore e il compito di un musicista sessantenne è quello di ricordarlo ai giovani.
Add OndaRock to your favorite sources on Google Discover. Don't miss our reviews, milestones and latest news straight in your feed.
21/11/2025
This article is an English translation of the original Italian text by Luigi Zampi, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.