Giunge a quota 10 album la discografia di Trappist Afterland, che ha di recente dato alle stampe “Evergreen – Walk To Paradise Garden” (Cosmic Eye/Sound Effect Records). A metà strada tra band e pseudonimo, sotto il nome si cela l’australiano Adam Geoffrey Cole, cantante e polistrumentista che si dedica principalmente a tutto ciò sia munito di corde (cittern, tanpura, oud, dulcitar) e che possa contribuire a creare un’atmosfera sospesa tra misticismo, ritualità e ballata psych-folk; nei suoi lavori più corali, con la partecipazione di più musicisti, Cole utilizza il nome di Trappist Afterland, e in questo caso richiama come compagni d’avventura sia vecchie conoscenze della sua discografia che nuovi collaboratori, tra cui il più noto è certamente David Tibet dei Current 93, ospite alla voce in un brano.
“Evergreen – Walk To Paradise Garden” ha atmosfere spesso cupe e riflessive, espressione di un anno difficile nella vita privata di Cole. Il lavoro risulta molto più intimo e meno sperimentale dei precedenti e prevale nettamente l’anima cantautorale: gli anni di ricerca restano, ma sono interiorizzati, fanno parte del bagaglio compositivo di un autore che non fa sfoggio di tecnica o di fantasia, preferendo che queste siano elementi al servizio di una sincera urgenza espressiva, sulla rotta di un cantautorato acustico molto originale.
Il risultato sono canzoni dal suono atipico – complici anche le accordature aperte – ma non per questo ostiche, in cui la componente etnica dà un enorme contributo all’atmosfera dei brani, riempiendo lo spazio sonoro con pochi elementi usati con grande consapevolezza. Ogni suono è prezioso nella musica “trappista”, che può far pensare a Incredible String Band, senza però alcuna traccia dell’aspetto ironico, ai Pentangle per la perfetta alchimia tra strumenti etnici e folk, o ancora ai Current 93 per la componente rituale della musica e ai Comus per la varietà di suoni, timbri e impatti sonori che è possibile tirare fuori dagli strumenti acustici. Tuttavia, a differenza di tutte le band citate, nella discografia di Trappist e in maniera ancora più evidente in questo nuovo lavoro a prevalere è la forma canzone, sulla rotta di Bert Jansch e dei folksinger inglesi, e i nomi forniti sono solo coordinate e indizi che aiutano a raccontare una musica in realtà del tutto personale.
Nei nove brani, oltre al già citato Tibet, ad arricchire il suono sono basso, contrabbasso, piano, xilofono, organo, chitarra acustica, violini e percussioni, affidati a collaboratori storici di Cole come Anthony Cornish, Tom Warren e Matt Malone, ma anche a nomi che contribuiscono per la prima volta al progetto Trappist, come il chitarrista inglese Henry Parker, la cantante folk Angeline Morrison e il polistrumentista Tali Trow.
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29/01/2025
This article is an English translation of the original Italian text by Alessandro Di Tizio, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.