Che Nathan Jenkins si affidi all’ingannevole fascino confidenziale della melodia e alla sensualità della dance music è ben noto. I retroscena creativi sono invece più complessi e intriganti di quanto sembra. Il nuovo album a nome Bullion, “Affection”, non solo conferma quanto già stimato nel precedente capitolo discografico (l’Ep “We Had A Good Time”), ma ne amplia la versatilità e la vulnerabilità stilistica con esiti sorprendenti.
Il musicista ha scelto con dovizia e intelligenza anche gli artisti/ospiti del progetto, ma soprattutto ha realizzato degli outfit strumentali di rara bellezza, per molti versi simili alle architetture di Thomas Dolby.
Con alle spalle un ricco curriculum di produzioni e collaborazioni – Carly Rae Jepsen, Ben Howard, Westerman, Nilüfer Yanya, Laura Groves e Avalon Emerson – Nathan Jenkins affronta le dodici canzoni di “Affection” con un’esuberanza melodica e ritmica che, diversamente da quanto accade in molta musica pop coeva, restano in possesso d’autorevolezza e ingegno.
A Carly Rae Jepsen è offerta una delle pagine più inebrianti e incisive (“Rare”), un brano stile Blue Nile/Talk Talk, dalle floride armonie vocali e dalle coinvolgenti incursioni chitarristiche; ai Panda Bear è concessa la pagina più ardimentosa, “A City’s Never”, dove emergono attitudini psych-pop finora inesplorate, alle quali si aggregano intelligenti sinergie tra voci e strumenti che stravolgono le tipiche strutture dream-pop; dal canto suo, la cantante francese Charlotte Adigéry regala ulteriore leggerezza alle stravaganti contaminazioni folk con violino e incalzanti tempi ritmici in 4/4 di “World_train”, una delle tracce più intriganti dell’album (quasi una moderna “Driving Away From Home” dei sottostimati It’s Immaterial).
Al di là delle riuscite collaborazioni, il resto offerto da “Affection” è di ottimo livello: il refrain dance-pop di “Cavalier” è accattivante quanto basta, “The Flooding” ha una melodia apparentemente innocua che seduce con subdola sensualità, “Your Father” e “Hard To Do” confutano il concetto di dream-pop come arte prevedibile, mentre le più avventurose trame minimal-ambient di “40 Waves” ampliano la potenza visionaria del musicista.
“Affection” è un concentrato di coerenza e di buone suggestioni dream-pop (“Cinch”), un disco da vivere senza assilli concettuali e con la consapevolezza di restare sapientemente fuori dai confini della musica di consumo fine a se stessa (“Open Hands”).
Nathan Jenkins non è il primo né l’ultimo artista abile nello svelare le grazie più recondite della musica pop, ma il tono mai eccessivo degli arrangiamenti e una scrittura mai superflua, e a tratti quasi fugace, sono elementi di distinzione per un album che, nonostante la gradevolezza dell’insieme, rischia di restare oggetto di culto.
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27/06/2024
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.