“Mi sono perso nel bosco” è probabilmente il miglior disco pubblicato da Alessandro Fiori nel corso della sua carriera solista post-Mariposa.
Il poliedrico artista aretino conserva intatta la sua raffinata creatività, una cifra stilistica che ha da sempre contraddistinto quell’aplomb da chansonnier classico screziato da fragranze psychedelic, tanto da spingere molti a catalogarlo, più o meno correttamente, come un Tenco che strizza l’occhio a Wayne Coyne o come un Gino Paoli che si allacci alle infinite immaginazioni di Robert Wyatt.
Il nuovo lavoro, se raffrontato per affinità con il disco d’esordio “Watch Out for Myself“, appare strutturato con maggiore omogeneità e maturità, riducendo al minimo i momenti che in passato apparivano slegati dal nocciolo del contesto.
La colta penna di Fiori non accenna debolezze e si scioglie nel dirimere nodi che toccano l’amore adulto, non quello frenetico e dirompente della verde età, ma quello più cavilloso e quindi più complesso.
La produzione, affidata ad apprezzabili figure quali Giovanni Ferrario e Alessandro Stefana, e la partecipazione di Enrico Gabrielli (Calibro 35), a lungo suo compagno di viaggio nei Mariposa, vanno a completare una nutrita sequela di insigni collaborazioni: da Dario Brunori che lo affianca nella poetica sull’amore quotidiano (“Io e te”), al duetto con Levante di “Fermo accanto a te”, schietto dialogo tra due ex che provano a scovare appigli per un eventuale riavvicinamento.
Il sax di Gabrielli e i cori di Colapesce impreziosiscono “Amami meglio”, eccentrico prospetto dedicato ai ricordi d’infanzia, tra lupi, funghi, distributori di carburante e casette di compensato, bizzarre figure che si ritrovano anche nell’atmosfera melliflua della title track, guidata dalle note di pianoforte che vanno a confondersi con colorati slanci psych, tra paura ed emozioni confusionarie spazzate via da una salvifica presenza.
Uno dei pochi brani scaturiti lontano dal pianoforte è “Buonanotte amore”, plasmato su un vecchio harmonium Farfisa utilizzato per descrivere le caratteristiche di un sentimento conclusosi con dignità, mentre lo psych-pop de “L’appuntamento” argomenta la dolorosa assimilazione di un lutto.
Tra i momenti migliori si segnalano il girotondo folcloristico di “Stella cadente”, una simbolica finezza zeppa di intrecci armonici, la ballata esistenziale “Una sera”, per pianoforte chitarra e violino, e soprattutto “Troppo silenzio”, ispirato alle opere del drammaturgo spagnolo Pedro Calderón de la Barca, nelle strofe introduttive recitata nel familiare dialetto sorsese. Il refrain è cantato insieme a Dente, mentre Iosonouncane tratteggia, da par suo, un tumulto di sintetizzatori che tocca ambiti quasi espressionistici.
Alessandro Fiori ci guida ancora una volta nei meandri del cantautorato più elegante e istrionico. Le ambientazioni musicali e concettuali del suo mondo, che siano concrete o astratte, materiali o emotive, esplorano sensazioni che sanno soffrire e desiderare, impulsi che il cantautore toscano è perfettamente in grado di instillare all’astante, perché, proprio come lui sostiene, tutto questo pensiero non è altro che una manovra per fuggire dall’oblio e se è vero che ognuno ha un proprio destino, è doveroso che vengano utilizzati al meglio tutti gli strumenti a propria disposizione, a prescindere dall’esito che poi sarà.
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08/05/2022
This article is an English translation of the original Italian text by Cristiano Orlando, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.