SUEZ - The Bones Of The Earth

2021 (Cagnin)
alt-rock, post-punk

Non è musica per tempi semplici, quella dei Suez. Li avevamo lasciati al 2013, quando condensarono nel loro “Illusion Of Growth” la frustrazione e le speranze, meglio ancora le illusioni, dei giovani dell’Italy di Monti, distrutta dalla crisi economica e da una classe politica incapace di arginarla, o almeno di limitare i danni.

Ritornano in questo inizio di 2021 i cesenati, dopo otto lunghi anni. Manco a farlo apposta al governo c’è un altro “tecnico”, alle prese con una crisi ancora più grande: sanitaria, economica, civile. Nel frattempo l’Italy, guidata dal terribile capitano, ha anche perso l’umanità.

Il requiem della band parte proprio dal dolore dei migranti, facendo ricadere la scelta dell’artwork su una fotografia di Marcella Magalotti, tratta da un lavoro sulle orme dei transfughi dallo sbarco alle strutture di accoglienza. Ritroviamo lo stesso dolore, ma riconvertito in speranza, in un inno strascicato ma epico intitolato “We Are Universe”, canzone ispirata da uno scatto ritraente un profugo siriano che ritrova i figli in un campo profughi e li bacia attraverso il filo spinato.

Con queste premesse il disco non può che suonare plumbeo, doloroso, spesso lento e trascinato. La title track suona come fosse intrappolata nel beat di “Atmosphere” dei Joy Division, “Hard To Say” è un folk spettrale e rallentato che si veste progressivamente di post-punk, mentre “Robert”, pur rimanendo negli stessi cupi territori, è animata da una ritmica più guizzante.

Fedeli all’inglese e alla loro natura di quartetto rock voce e tastiere, chitarra, basso e batteria, i Suez non cercano effetti speciali o innovazioni di sorta. Dominano però la loro materia e sono capaci di stupire con dettagli formidabili, cuciti su misura per ogni brano, rendendo ciascuno di essi riuscito e riconoscibile.

Ispirata dalla reporter ungherese che sgambettò i profughi in diretta Tv, “Hit The Man” inizia con un ruggente riff post-rock e finisce in un delirio di tastiere analogiche; laddove la rincorsa verso il lacerante ritornello di “Humany Is Dead” è punteggiata da un giro di synth giulivo in contrapposizione ai messaggi disperati della canzone.

I due brani più lunghi, “Best Place” e “Kobane”, entrambi segnati da decisi cambi di passo ed esplosioni post-rock, chiudono un disco dedicato dai Suez a tutti quelli che, come loro stessi, non riescono a girare la faccia alle mostruosità dei nostri tempi.

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24/04/2021

This article is an English translation of the original Italian text by Michele Corrado, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Hard To Say
  2. 2. We Are Universe
  3. 3. Robert
  4. 4. The Bones Of The Earth
  5. 5. Harriette
  6. 6. Hit The Man
  7. 7. Humanity Is Dead
  8. 8. Best Place
  9. 9. Kobane

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