E’ una piacevole sorpresa ritrovarsi di nuovo al cospetto di Heather Woods Broderick, sorella del più noto Peter Broderick con il quale ha condiviso anche l’esperienza negli Efterklang e successivamente con gli Horse Feathers. Abile musicista già alla corte di Laura Gibson, Lisa Hannigan e Damien Jurado, è stata membro per alcuni anni della band di Sharon Van Etten.
Il terzo album solista della musicista americana (il quarto, se si considera anche il progetto neoclassical a quattro mani “Seeljocht”) prosegue nel tracciato dei precedenti capitoli, adagiando ballate neofolk su landscape bucolici e piacevolmente algidi, bensì pronti ad arroventarsi al primo frugale contatto con le undici ariose e sognanti composizioni.
“Invitation” è un deciso passo verso la maturità, un progetto meditato a lungo nelle tranquille lande di Pacific City (Oregon), una città dove Heather aveva lasciato più di un piacevole ricordo durante l’adolescenza e gli anni del college, un posto ricco di splendide scogliere e spiagge perfette per il surf e una popolazione di poco più di mille anime.
Il titolo carpito al psicoterapeuta, spiritualista, ecologista ed ex-monaco americano di origini irlandesi Thomas Moore rivela all’istante le attitudini culturali dell’autrice, ed è quindi naturale che la musica sia un insieme di atmosfere meditative e sognanti, mentre le canzoni sono undici acquerelli dai colori naturali e ricchi di sfumature. La voce morbida e flessuosa di Heather Woods Broderick è la goccia di rugiada che armonizza i continui e solenni incedere del piano, le fluttuanti chitarre acustiche, i contrappunti degli archi e i flebili accenni ritmici che accompagnano le intime e delicate storie intime e spirituali dell’artista.
A volte le atmosfere sono evanescenti e quasi nordiche, appena suggellate da piano e violino (“Slow Dazzle”); di rado somigliano a un bisbiglio o a un respiro (il solo piano di “A Daydream”), ma non disdegnano arrangiamenti baroque-pop (“Where I Lay”) e aperture orchestrali che convertono in note i vasti spazi e le meraviglie dei paesaggi dove l’autrice ha fatto ristorare anima e psiche (“My Sunny One” e la title track).
E’ un mondo onirico e lievemente agrodolce, quello di Heather Woods Broderick. Con una scrittura abbastanza personale e armonicamente affascinante, l’autrice conduce l’ascoltatore tra lievi contaminazioni elettroniche (“These Green Valleys”), curiose poliritmie a base di piano, percussioni e canto di grilli (“White Tail”), uptempo a passo di valzer e pedal steel (“Nightcrawler”), senza mai tradire le premesse dell’iniziale “A Stilling Wind”: una festa di tenerezze vocali ed espansioni sonore che archi, chitarre e tamburi rendono epica e trionfale, come trionfale è il ritorno in scena della musicista americana.
Add OndaRock to your favorite sources on Google Discover. Don't miss our reviews, milestones and latest news straight in your feed.
14/05/2019
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.