Più che un punto di partenza (o ripartenza, se preferite), “Pang” pare piuttosto un primo traguardo, un’importante dichiarazione di intenti, per una musicista con quasi quindici anni di carriera alle spalle. Quasi come se la lunga e proficua esperienza con i Chairlift e le sortite soliste a nome Ramona Lisa e CEP fossero gli scalini necessari per ottenere una piattaforma effettivamente sua, col primo album a suo nome Caroline Polachek approda a una dimensione interamente personale, uno stravagante diario pop in cui lasciar confluire tutte le diverse direttrici toccate attraverso i suoi diversi progetti, a costruzione di brani sospesi tra la più sfacciata contemporaneità e un’aura atemporale, dolceamari ma colti improvvisamente da una bizzarra energia, che si riverbera tanto nella gestione degli spazi sonori quanto delle interpretazioni, tra le più intense e centrate del suo repertorio. Un punto d’arrivo, sì, ma che già esplicita la sua alterità rispetto alla produzione passata.
Se è automatico riscontrare la sofisticazione sintetica che aveva gradualmente permeato la band madre, nondimeno Polachek opta qui per un ventaglio più ampio di soluzioni e modalità, tale da consentire la fioritura di un’estetica spesso intrappolata nei cliché di una raffinatezza talvolta troppo asettica. Non che qui scorra tutto liscio, talvolta gli eccessi che avevano fiaccato le prove precedenti tornano in sordina a presentare il conto, eppure mai come stavolta la musicista raggiunge quell’equilibrio tante volte auspicato, ma mai realmente acchiappato. Con una produzione gestita assieme all’affiliato di casa PC Music Danny L Harle (qui tenutosi a bada nei suoi giochi dissacranti), e un senso della scrittura che sa mostrarsi competente nei suoi diversi accenti, il disco scorre sinuoso ed effervescente allo stesso tempo.
It's a whirlwind of sensations that the artist unpacks with studied eclecticism, an expressive essay that shifts from baroque singing to r&b phrasing, passing through shrewd digitizations (the brazen use of autotune in the impossible vocal runs of "Ocean Of Tears") and more abstract passages, with which she crystallizes a distinctive emotional shade.
Ben più che per tanti altri album dalla decantata versatilità, qui è stata spiattellata sin dai (tanti) brani diffusi prima della pubblicazione, ben attenti a muoversi sui crinali sottili che separano l’euforia dalla disperazione, la ritrosia dal desiderio. “Door” ha svolto ottimamente il ruolo di apripista, traducendosi in un pezzo dalle levigate fattezze ambient-pop, ingentilito da una melodia che si muove nei territori cari a una Imogen Heap, prima di dare adito a una chiusura in cui poter esprimere liberamente il proprio virtuosismo canoro, senza spezzare il tocco accorato, autunnale, della progressione. Se “Insomnia” approfondisce ulteriormente il lato più atmosferico ed emozionale di Polachek, preda dei suoi istinti a seguito di una delusione amorosa, altrove il tono si fa più pimpante, pungente, spudoratamente coinvolgente. È il caso di “So Hot You’re My Feelings”, che riprende gli anni 80 dei Fleetwood Mac sventagliando una penna dalla chiarezza assassina (efficacissimi i buffi contorni vocali di supporto), ma anche dell’urban-pop rarefatto di “Hit Me Where It Hurts”, in cui i codici da cantautorato pianistico anni 90 si insinuano nei tessuti sonori dell’r&b contemporaneo, declinato con impassibile compostezza.
Anche con qualche sbandata di contorno (una “New Normal” troppo breve per convincere nel suo ibrido bubblegum-americana; una “Hey Big Eyes” indecisa se seguire le modulazioni neo-barocche dell’harpsichord-synth o l’attitudine più hip-hop della seconda metà) lo stratificato universo musicale escogitato dalla musicista seduce e avvince, introducendo anche una vena autoriale spesso rimasta troppo in sordina (l’ariosa folktronica di “Look At Me Now”, sorta di lettera a priori su un ipotetico futuro prossimo).
What's still missing is that extra bit of polish for Caroline Polachek's personality to come through without distraction, but even so, the path taken is the right one, allowing the artist's grandeur to develop and shine fully. Between urgency and reluctance, it's an eloquent ode to emotion, beyond all logic and reason.
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26/10/2019
This article is an English translation of the original Italian text by Vassilios Karagiannis, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.