Finiranno mai, gli anni Ottanta? Sembra davvero di no. Certo, col revival Nineties alle porte sbilencaggini post-punk e giri di basso alla Joy Division cominciano a odorare un po’ di stantio, e la no-wave newyorkese non appare più il non plus ultra della figaggine indie. Ma proprio ora che tutti sembrano pronti a imbracciare chitarre grunge e tastieroni eurodance, qualcuno bussa alla porta con un cestone di Lp e fa “Ehi, vi siete dimenticati di questi”.
Kate Bush, Eurythmics, Talk Talk, Tears For Fears, Naked Eyes: è il synth-pop più arty e solare a fornire l’ispirazione a questi importunatori del naturale ciclo ventennale della retromania. Quel pugno di band metà anni Ottanta che aveva visto nel campionatore Fairlight lo strumento di redenzione da darkumi e sgangheratezze, l’occasione per riconciliare la propria generazione col sound sgargiante e raffinato dell’era sunshine-pop.
Dunque presentiamoli, questi guastafeste. Sono Caroline Polachek e Patrick Wimberly, in arte Chairlift. Newyorkesi come altri “ripescatori” dello stesso tipo di caleidoscopica vitalità (Vampire Weekend, MGMT), arrivano a “Something” dopo un primo disco più scuro e sonnolento, sicuramente con un impatto differente. La tenera bellezza di “Does You Inspire You” metteva a nudo un approccio scanzonato ma non solare, una composizione brillante ma non straripante. Le canzoni di “Something”, nonostante la fantasia rimanga intatta, esplodono prorompenti, si ergono a perfette pop-song dal ritornello killer, sanno ammaliare in maniera diretta.
Oltre all’enorme talento melodico e di varietà sonora – si alternano magistralmente toni differenti e registri strumentali opposti – la voce candida di Caroline Polachek rappresenta la fonte del magnetismo della musica dei Chairlift. Versatile e intimamente folk, passa dall’usignolo (l’estatica “Turning”) alla femme fatale (la malia irresistibile delle varie “Take It Out On Me”, “Ghost Tonight” e “I Belong In Your Arms”), dai gorgheggi ai sussurri nell’arco di un solo brano.
Ma il vero punto di forza pare essere un altro: una timidezza mai del tutto nascosta, un velo di imbarazzo o immaturità che leva ogni ostentatezza e mette in mostra – in perfetta sintonia con lo spirito indie – una creatura fragile e incerta. Una fata esile e luminosa, che sta in una mano e chiede col suo canto protezione.
I cali di tensione in qualche circostanza smorzano il tono passionale dell’album (la melensa “Cool As Fire”, il folk-pop incerto e fuori contesto di “Frigid Spring”), senza tuttavia inficiare la qualità complessiva che rimane alta e vibrante. Fin dall’essenzialità delle ultime note di “Guilty As Chargee” – tripudio tambureggiante di finissimo pregio – si scorge l’immenso, sregolato e palpitante potenziale di questo duo.
Ritoccando qualche tassello – un pizzico di discrezione in più e qualche autorefenzialità in meno – il gruppo possiede tutte le carte per produrre il disco dell’esplosione a livello di critica e pubblico.
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17/03/2012
This article is an English translation of the original Italian text by Alessandro Biancalana, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.