Viene proprio difficile immaginare due mondi musicali più distanti dalla Corea del Sud di shoegaze e surf-music. Eppure, incredibile ma vero, sono questi i due geni preponderanti del guitar-pop dei Say Sue Me da Busan. La passione incontrollabile per lo shoegaze di Choi Sumi (voce e chitarra), Kim Byungkyu (chitarra), Ha Jaeyoung (basso) e Kim Changwon (batteria) è stata lampante sin dal 2012 in cui si sono formati, e ha condotto a un Lp d’esordio, “We’ve Sobered Up” del 2014, segnato da ritornelli catchy e sfavillanti code soniche. Il surf-rock è invece emerso con forza nell’Ep “Big Summer Night”, dove i quattro hanno giocato a imbrogliare e sbrogliare matasse di arpeggi da tramonto di fine estate. Prodotto anch’esso presso l’etichetta sudcoreana Electric Muse, “Where We Were Together” prova, riuscendo egregiamente nella missione, a equilibrare le due influenze.
L’atmosfera è dimessa e malinconica sin dalla copertina – ritraente come quelle degli altri lavori del gruppo paesaggi suburbani e dimessi, in questo caso un acquapark abbandonato – e dall’opener “Let It Begin”, quasi sei minuti di jangle-pop robusto e incalzante che culminano in un lungo refrain di chitarra, struggente ma che si vorrebbe non finisse mai; “il naufragar m’è dolce in questo mare”, insomma. Le successive “But I Like You” e “Old Town” sono molto più vivaci del brano introduttivo; merito di linee di chitarre fluide e veloci, ma anche del drumming colorito e pimpante di Kim.
I pezzi più corti, “I Just Wanna Dance” e “B Lover”, sono anche quelli in cui prevale la componente surf. Molto interessante il finale del secondo, dove un riff sfacciatamente riverente a Dick Dale vortica in una tempesta di feedback abrasivi alla Jesus and Mary Chain.
Quello che potrebbe essere considerato un limite del disco – e per certuni lo è senz’altro – ovvero la forte connotazione adolescenziale dei testi, sbugiardata dai titoli delle canzoni e dalla voce fievole di Choi, diviene con gli ascolti un valore aggiunto. È questo uno dei casi in cui, come si suol dire, bisogna entrare nel mood. Lo zenith del quale è sicuramente “About The Courage To Become Somebody’s Past”, una piccola suite senza parole – del resto un titolo del genere dice già tutto – dove un timido arpeggino che ricorda gli Yo La Tengo dei bei tempi cammina a tentoni cercando riparo da un costante vento di feedback.
Va segnalata anche la presenza di due pezzi cantati in coreano, il primo dei quali, “Ours”, è anche l’unico a speziare le sue note di Oriente. Cosa che non succede invece nell’altro, “After Falling Asleep”, che risulta insieme alla conclusiva “Coming To The End” tra le composizioni più devote – per la verità senza troppa personalità – al dreamgaze degli Slowdive.
Add OndaRock to your favorite sources on Google Discover. Don't miss our reviews, milestones and latest news straight in your feed.
04/05/2018
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Corrado, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.