Ci sarebbe da prenderla alla larga, forse alla larghissima. La storia della sua Kompakt, i moniker vari, le collaborazioni e molto altro ancora. E forse non si farebbe nemmeno chissà che torto, visto come ha sempre suonato Gas. E dovrei anche io prenderla alla larga, forse. Perché nei fatti – di “Narkopop” – credo ci sia pochissimo da dire.
Prendete una persona – Voigt – che in quattro dischi ha sviluppato una torsione totale del come era l’elettronica. La dub, la techno (ovattata e crepuscolare come in pochissime altre esperienze), i droni (che fossero celestiali o nebbiosi, poco importava). Tutto in uno, in un loop infinito. Prendetelo ora: uguale a vent’anni fa. Le sfumature, certo. Però ottanta minuti che passano in un baleno, non un filo di sbadigli, nulla di tutto ciò. Il solito viaggio, vuoi in territori più astratti e ambientali, vuoi in altri dove la colonna portante del beat è (quasi) incessante. Pare andare col pilota automatico, sia che si tratti di aprire il battito a scorribande senza fine, sia che si tratti di modellare droni all’ombra delle fronde.
It's the same old Gas, retaining a very strong naturalistic imprint. It's "Pop" and "Zauberberg" (as well as the self-titled album and "Königsforst") rolled into one; the room left for the darkest, sickest ambient is limited but perhaps subtler, the layers brush against one another, you can smell the moss, nature reconnecting with itself.
I sinceramente maestosi e commoventi sette minuti di “Narkopop 5”, tra clangori, trombe quasi strozzate e incedere tonante, inscenano mondi vergini e valli incontaminate. Non meno celestiale “Narkopop 10”, infinita cavalcata (l’ideale contrappunto di “Pop 7”) che levita negli ultimi minuti in direzione cielo. E, nel mezzo, le brume sinistre rinforzate da un 4/4 vellutato della seconda traccia, la dream-ambient di “Narkopop 3”, il batter d’ali, i microbeat a pioggia e synth ora sinistri ora celesti delle altre.
Il perenne sentirsi in uno stato di abbandono, di fase rem dell’ascolto, di narcolessia. Questo Gas fa da oltre vent’anni, lo hiatus di diciassette anni non si sente. Che, a volte, si rimanga assolutamente immobili non è poi così un male. D’altronde, come parlano i suoi loop, il tempo è pura fantasia.
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30/04/2017
This article is an English translation of the original Italian text by Alberto Asquini, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.