La band che declinava la neo-darkwave scandinava in veste sì melodica, ma sempre veemente e oscura (con richiami a band come Killing Joke e – soprattutto – Chameleons) lascia il posto a degli epigoni dei Suede.
Fronteggiati da un singer androgino, in “Blue” intessono melodie agrodolci, a tratti zuccherose: chi soffre di diabete musicale è avvertito. La prima reazione è, appunto, lo sconcerto, ma con i successivi ascolti, il nuovo Communions “cresce” e coinvolge: un effetto simile (con tutti i distinguo del caso) a quello che mi fece, una ventina di anni fa, proprio la band dell’iperbolico Brett Anderson.
Purtroppo non tutti i brani vantano tale mordente, e la seconda metà del disco è in effetti punteggiata di episodi più “soft” (a tratti vengono in mente gli Oasis): un ascolto comunque gradevole, ma che non lascia il segno. Sul finale risollevano un po’ il tono del disco l’endorfina da deja vù sprigionata da “It’s Like Air” e il crescendo denso di pathos di “Alarm Clocks”.
Nel complesso, una buona (ri)partenza per un quartetto meritevole di essere tenuto d’occhio, specie se seguirà la strada tracciata nei passaggi più energici di questo debutto.
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07/02/2017
This article is an English translation of the original Italian text by Lorenzo Pagani, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.