Ormai, però, la sua stella brilla già un po’ meno rispetto a poco tempo fa. Forse perché, a otto anni dal suo esordio, comincia a sentirsi la mancanza di un sostanzioso repertorio all’altezza di queste sue capacità, di canzoni che rimangano nell’immaginario popolare e che vadano oltre i balbettanti ma trascinanti riempipista degli esordi con cui i media continuano prevalentemente a identificarla.
La scelta è condivisibile, perché quando si sforza di ritrovare l’appeal radiofonico di un tempo, la foga con cui si cimenta si traduce in ansia da prestazione. Quella che la porta inutilmente a far di tutto (ovvero urlare) pur di sollevare il piatto ritornello di “Perfect Illusion”, arrivando addirittura a distrarre l’ascoltatore dall’unica cosa discreta del pezzo, l’arrangiamento di Mark Ronson e Kevin Parker (ancora incapaci di realizzare qualcosa di veramente brutto). Peggio ancora quando affronta con interpretazione melodrammatica un motivetto tropical scritto inspiegabilmente assieme a Beck, “Dancin’ In Circles” (una delle poche concessioni alle sonorità più attuali), affossandolo irrimediabilmente.
Se la trasformazione riesce particolarmente a livello di concept, i risultati appaiono purtroppo altalenanti. Gaga sembra trovarsi a suo agio nelle ballate acustiche (tra la rassicurante “Million Reasons” e la fin troppo ingessata “Angel Down”, brilla soprattutto una title track che non dispiacerebbe alla Del Rey), ma certe s-porcate stomp-blues, quali “A-YO”, “John Wayne” e la quasi natalizia “Come To Mama”, si confermano invece il suo tallone d’Achille.
In un simile contesto spiccano facilmente lo sbracato omaggio a Springsteen, una “Diamond Heart” dal ritornello (finalmente!) glorioso, e quello all’amico Elton John, in cui lei e Florence Welch tengono a freno i loro squillanti vocioni per dedicarsi a una felpata ed elegante rivisitazione di “Bennie And The Jets”.
Grazie a social, cinema e cerimonie, il culto del suo personaggio continuerà sicuramente a lungo. Se però non dovesse giocarsi meglio le sue carte (ovvero le canzoni), tutti i nati dopo gli anni 80 che si chiedono come sia possibile che Cyndi Lauper (musicista talentuosa, gran voce e con una cultura musicale superiore a quella delle colleghe) venga ancora oggi ricordata solo per i pezzi del suo debutto o poco più potrebbero guardare la parabola della Germanotta per darsi delle risposte.
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21/10/2016
This article is an English translation of the original Italian text by Stefano Fiori, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.