Il tempo dell’esilio è una parentesi? O è il momento in cui siamo davvero noi stessi?
Dopo cinque anni di silenzio, Chris Bathgate sembra voler lasciare sospesa la domanda. Nascondersi e ritrovarsi, forse, non sono altro che facce della stessa medaglia. “Ho cercato di fare del mio meglio per rallentare, il che sembra quasi impossibile: il mondo è costruito per impedirlo”. Si racconta con un’ombra di pudore, il songwriter americano: ha camminato a lungo tra le montagne, in mezzo ai boschi, lungo i pendii avvolti di foschia che compaiono sulla copertina dell’Ep che segna il suo ritorno, “Old Factory”. Si è perso nella natura contemplando l’orizzonte del New England dalla cima del monte Katahdin, ha insegnato letteratura nei corsi organizzati dall’università del Michigan. E la musica?
La musica, nonostante tutto, non l’ha tradito. Al momento di mettersi in viaggio, si era lasciato alle spalle un pugno di canzoni registrate a Detroit al fianco di Chris Koltay. Ora, Bathgate le ha completate con Matt Aguiluz a New Orleans e ha deciso finalmente di farle conoscere a tutti. “Sono il segno della mia uscita e del mio ritorno alla musica”, riflette. Una sorta di ponte tra l’io di ieri e quello di oggi.
Eppure, fin dalle prime note di “Big Ghost” è come ritrovarsi a casa: i riff netti, la ritmica solenne, l’avvilupparsi morbido della voce fino al crescendo finale. C’è tutta la solidità delle pagine migliori di “A Cork Tale Wake”, c’è tutta la cura per i dettagli di “Salt Year”. Il tempo sembra solo averle approfondite, radicate ancora più saldamente.
“Acorns” si srotola con il passo di un M. Ward dal sapore autunnale, restando a vibrare appesa a mezz’aria al suo “Hey man, Amen”. Tra l’Americana trasfigurata di Elvis Perkins e le tonalità elegiache di Hezekiah Jones, “Calvary” insinua i suoi interrogativi tra le pieghe del pianoforte e degli archi: “Ain’t it good to be alive/ With the wound still in your side?”. Celebrazione e calvario, intrecciati in una misteriosa unità: “Volevo esprimere il senso di trionfo della vita”, spiega Bathgate, “ma senza censurare il fatto che lo stesso messaggio può suonare cinico nei momenti più cupi”.
Ma è la voce della natura ad accompagnare come un coro discreto i versi di “Old Factory”: la pioggia, il vento, i rumori della foresta che ispirano “Acorns”, fino al trascolorare inatteso delle stagioni in “Red Arrow Highway”, fluttuante come una visione e concreta come la terra sotto i piedi, tra ricami di chitarra e aperture cameristiche.
Se i vecchi amici e conterranei Frontier Ruckus sembrano averlo ormai distanziato in notorietà, Chris Bathgate resta il segreto meglio custodito del cantautorato americano degli ultimi anni. Anche un Ep, per i suoi tempi dilatati, può diventare un piccolo evento. E “Old Factory” ne è la conferma più convincente.
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11/02/2016
This article is an English translation of the original Italian text by Gabriele Benzing, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.