MAX CORBACHO - Splendid Labyrinths

2015 (Autoprodotto)
ambient

Per la prima volta fuori dal catalogo della sua ad21 – etichetta condivisa con Bruno Sanfilippo – Max Corbacho torna a incidere un disco a ben tre anni dal capolavoro “The Ocean Inside”. Un lavoro che segna un cambio di prospettiva di una certa importanza nella carriera dell’artista spagnolo, forse il più abile e talentuoso fra gli esponenti dell’ultima generazione ambient tradizionale. In un’epoca in cui ambient è sempre più sinonimo, a turno, di realismo fisico-sonoro, paesaggismo impressionista e formalismo parnassiano di colori e sensazioni, Corbacho è uno dei pochissimi rimasti fedeli al gergo della California di Steve Roach e Robert Rich, quello che ha fatto dell’evocazione e dell’immaginazione le parole chiave della musica atmosferica.

Laddove in passato si era rimasti impressionati e stupefatti di fronte a cattedrali sonore della portata di “Ars Lucis”, ci si era lasciati travolgere da forze naturali (la corrente di “BreathStream”) o spirituali (“The Talisman”), “Splendid Labyrinths” presuppone una messa in gioco totalmente nuova. È un disco “da vivere” prima ancora che da ascoltare, un viaggio in cui imbarcarsi attivamente: chi spera di trovarci quelle suggestioni pervasive a cui Corbacho ha abituato, stavolta resterà deluso. Al loro posto un arsenale decisamente più ridotto di elementi sonori, sebbene quantomai riconoscibili, e una poetica stavolta spiccatamente simbolista, dove ogni singola sfumatura, spesso ardua da interpretare, tende a rivelarsi decisiva col senno di poi.

L’apertura di “The Flowing Path” rappresenta forse il pezzo più à-la-Corbacho dell’intero lotto, per quanto i tipici flussi armonici risultino qui decisamente più contratti e misteriosi, più riflessivi e meno estroversi, votati all’alternanza e all’intermittenza anziché alla sovrapposizione e all’amalgama. Si tratta dell’ingresso in un labirinto di suoni e significati che raggiunge ben presto il suo centro ipotetico: “Towards The Center” racconta il cammino rielaborando in chiave pre-esoterica le magie aracane di Kevin Braheny e Tim Clark. La natura illusoria del traguardo si svela nel mistero che avvolge “Earth Womb” e “Wave Of Reflection”: l’oscurità e la notte da un lato, un’alba quieta e delicata dall’altro rivelano la vera destinazione del soundscape.

È un “labirinto interiore”, quello descritto dal disco, ben più arduo e intricato di quello esteriore e quasi giocoso narrato nelle prime fasi, in realtà nient’altro che una metafora in grado di fungere da via d’accesso. “Wonderheart” si configura, dunque, come il vero centro focale, composto da una totalità di sensazioni e sviluppi ben resa dalle armoniche fluttuanti che cullano per un quarto d’ora in un’infinità di sentimenti. Il finale di “Shaping The Endless” si propone infine l’obiettivo, annunciato dal titolo, di dare una forma a questa totalità infinita. Incappando, volontariamente, nell’equivoco della sua impossibilità, che sfocia in un sentimento d’angoscia trasmesso attraverso droni avvinghianti e soffocanti.

Approccio e soggetti nuovi per una miscela sonora sostanzialmente invariata quanto nuovamente efficacissima: così Max Corbacho si rivela a sorpresa mentalista d’eccezione, firmando l’ennesimo gioiello di una carriera costellata di meraviglie.

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05/06/2015

This article is an English translation of the original Italian text by Matteo Meda, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. The Flowing Path
  2. 2. Towards The Center
  3. 3. Earth Womb
  4. 4. Wave Of Reflection
  5. 5. Wonderheart
  6. 6. Shaping The Endless

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