France Jobin e Fabio Perletta hanno due background piuttosto diversi: scienziata e matematica del suono con l’amore per il laptop e gli algoritmi la prima, principale importatore dell’estetica microsound in Italy il secondo, uniti però dal comune interesse per la riduzione ai minimi termini delle forme sonore. Entrambi catalogabili a fatica nel macrocosmo dell’ambient elettroacustico, entrambi protagonisti di percorsi votati a un’arte squisitamente concettuale, l’intersezione dei loro discorsi artistici non poteva che produrre un lavoro come “Mirror Neurons”. Ovvero un disco dove il suono si mette al servizio del concept e della percezione, uditiva e cerebrale.
Nella sostanza, i due cercano di trasporre in suono l’attività elettrica e fisiologica dei neuroni umani, toccando con mano aspetti strettamente legati alla psicoacustica. Da un lato l’aspetto “interiore”, l’attività cerebrale che si auto-percepisce in quanto tale (si “specchia”, parafrasando il titolo), descritta dalle dilatazioni infinitesime a volume zero di Jobin. Dall’altro quello squisitamente fisico-scientifico, l’attività cerebrale percepita e individuata da un recettore esterno, ma anche come forma essa stessa di percezione sensibile dell’altro: e qui intervengono i datasounds di Perletta, richiami elettronici astratti e appena udibili, esattamente come i flussi di corrente nei neuroni.
Cromaticamente parlando, il colore dominante è un bianco perpetuo, vuoto, accecante, invisibile. In “Parallel” questo è spezzato da atomi di suono, schegge che trascendono il conscio per infilarsi nell’inconscio e costruire lì uno scheletro extra-razionale. Quest’ultimo si prepara poi a ospitare il drone di Jobin, privo di dimensioni fisiche e solo apparentemente fin troppo simile a un qualsiasi flusso ambientale. La sua monocromia, però, lo colloca in una dimensione extra-sensoriale ben lontana dal parnassianismo (diretto alla percezione e alla poesia) degli Illuha. Qui, al contrario, la scienza trascende l’umano e il suono astrae verso una dimensione esclusivamente sua.
Non c’è sentimento, non un briciolo di vita: o se ci sono, l’inquadratura dei due li elimina dal soundscape per concentrarsi sul processo, mostrandone qualche traccia forse solo nell’evoluzione di “Mimesis”, dove le sfumature sembrano per la prima volta intensificarsi progressivamente. “Reflection” è invece il sunto della dinamica descritta sopra: un drone si protrae per più di un quarto d’ora fungendo da nucleo, mentre tutt’attorno elettroni sonori orbitano perpetuamente, senza uno scopo né una causa. La scena è riflessa allo specchio, ma non c’è soggetto che possa percepire il dualismo.
Ben pochi sono riusciti prima a sintetizzare tutto questo in un’opera sonora: Jobin e Perletta ci riescono in un autentico saggio di arte applicata alla psicoacustica. Dedicato a quei pochi per i quali il suono può davvero significare qualcosa al di là della percezione sensibile. Con rispetto e comprensione verso tutti quelli per i quali, invece, la sola idea rasenta la follia.
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30/05/2015
This article is an English translation of the original Italian text by Matteo Meda, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.