Che Jamie Smith fosse un pezzo da novanta, si era intuito fin dai primi passi mossi con gli XX, gruppo di cui è parte integrante e pulsante. Dopo aver remixato praticamente di tutto con il fidato Steve Bishop, in arte Oneman, attraverso set e podcast, nel 2010 il talentuoso produttore inglese lascia in circolo un eccellente remix del brano “NY is Killing Me” tratto dall’album “I’m New Here” di Gil Scott-Heron. Una scelta apparsa fin da subito azzeccatissima, e che garantirà al giovane producer inaspettate corrispondenze con il maestro (venuto a mancare pochi mesi dopo) dello stile spoken word. A tale incontro segue “We’re New Here”, rilasciato nel febbraio del 2011, sorta di rivisitazione in salsa Uk-garage di gran parte dell’ultimo disco del poeta statunitense.
Nello stesso anno, le manipolazioni di brani di Adele, Radiohead, Rui da Silva e FaltyDL invadono le piste londinesi fugando definitivamente qualsiasi ulteriore dubbio circa le enormi capacità alla console del buon Jamie. Un vero e proprio mistificatore del ritmo, capace di modellare costrutti originariamente scevri da contorni elettronici in una sorta di mantra dub dai risvolti spesso improbabili.
Quella di Smith è una nuova presa di coscienza ritmica. Post-Dubstep, diranno e scriveranno in molti. Ma non solo. Al di là della parziale affinità con certi andazzi propri del genere di Burial e Kode 9, la musica proposta da Jamie XX va ben oltre, stagliandosi tra l’intimismo pop della sua band e le trame colorate di un’elettronica da camera propria di Four Tet e certi beatmaker statunitensi dal tocco ultra sensibile, su tutti l’amato e più volte citato Ramble Jon Krohn aka RJD2.
“In Colour” fonde dunque diversi elementi del recente passato, dando vita a qualcosa di tremendamente personale. E’ il caso dell’introduttiva “Gosh”: breakbeat in pompa magna con tanto di sample dal celebre set per la Bbc Radio 1 “Unbroadcast One In The Jungle Pilot” di DJ Ron and MC String e tastierone cosmico a svolazzare nel finale. Subito dopo “Sleep Sound” riassesta il tutto su traiettorie più regolari, rinsavendo mediante una pacatezza di fondo che riconcilia e ammalia, alla stregua dei primissimi Fridge. E non è un caso che la successiva e magnifica “SeeSaw”, allestita con l’amica Romy Madley Croft, sia stata co-prodotta dallo stesso Kieran Hebden.
Nell’album, regna sovente un climax di profonda e talvolta balearica quietudine. E’ il caso della sognante e caldissima “Obvs”, del battito avvolgente e sontuoso di “Loud Places”, o della vellutata “Stranger In A Room” con l’amico Oliver Sim, perfettamente a suo agio nell’interpretare un sentimento di struggente perdizione. Ma Jamie è anche e soprattutto un ricamatore del beat. “Hold Tight” torna quindi a mostrare il suo lato più dinamico, vibrando tra svolazzi sintetici e cambi di ritmo degni del Burial di “Loner”.
L’amore per la black music torna prepotentemente a mostrarsi in “I Know There’s Gonna Be (Good Times)”, con il rapper Young Thug e il paladino della dancehall odierna Popcaan ai microfoni. E’ una vera e propria rivisitazione vagamente moombahtonica dell’indimenticabile “Good Times” dei mitici Persuasions. Jamie dimostra così di saper essere musicalmente introverso ed estroverso al contempo.
Il resto è “rumore”, come letteralmente palesato in “The Rest Is Noise”. Con essa battito regolare, frequenze dreamy e fraseggi acustici danno vita a un’estasiante armonia, tesa costantemente verso l’alto. Nel finale, “Girl” chiude il cerchio seguendo la medesima scia e saccheggiando vecchie icone disco come i Freeez, pionieri dell’indietronica da spiaggia quali gli svedesi Studio, fino a toccare band come The Whitest Boy Alive, confermando ancora una volta una sensibilità trasversale.
“In Colour” segna in definitiva l’avvento solista di un produttore capace di riscrivere a meraviglia i dettami dell’elettronica contemporanea attraverso una tavolozza coloratissima, ricca di accecanti melodie e ondeggianti pulsazioni.
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01/06/2015
This article is an English translation of the original Italian text by Giuliano Delli Paoli, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.